giovedì, 19 novembre 2009, ore 17:25

Stations-04-No_WordsL' inferno dei viventi non è qualcosa che sarà, se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte, fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.


(Italo Calvino, Le città invisibili)
(painting by Sieger Koeder, Station 4 from The stations of the cross, "No words")

Mi preparo per l'inverno. Il mio sarà un letargo particolare, non propriamente e non soltanto atto al recupero di energie; ma anzi si prospetta piuttosto attivo. In realtà sono i fronti d'azione ad esser variati e, ora come ora, diminuiti. In più, mi sto concentrando da un po' su alcune precise e molto forti istanze.
C'è chi mi culla con le sue confezioni multiuso di coccole, chi più distante spiritualmente da me sostiene, in modo occasionale ed inconsapevole, una parte profonda e poco osservabile, ma caratteristica del mio Io. Ancora, c'è chi mi sfiora e mi fa bene, chi da un tempo e da luoghi passati e lontani mi rafforza e mi fa sentire amata, e mi solleva e mi aiuta ad amare, e scioglie un po' di dolore e di rabbia, quel poco che c'è in circolo.

Il primo Dicembre inizierà il mio nuovo, e promettente incarico: sono stata scelta come operatrice socio-sanitaria da una struttura facente capo alla Fondazione Don Gnocchi, che avevo a mia volta scelto qualche mese fa tra le opzioni lavorative.
Vorrei aver maggior tempo e voglia di parlarne un po' diffusamente, ma sono certa che il momento non tarderà ad arrivare - quel che tarda avverrà.
Ad ogni modo si tratta di un incontro che rappresenta molto più di un'assunzione, con gli annessi e connessi concreti del caso: come spiegavo a più d'uno, pare che io di questa cosa, che non oso chiamar lavoro per timore di risvegliare certe ansie, abbia personalmente bisogno.
L'ho capito e voglio approfittarne, ed entrarci dentro.

Intanto l'ipotesi di Verona per Antropologia è saltata, e devo dire non mi dispiace, anzi ne sono quasi felice: Verona non è città per me. Ma Milano si profila all'orizzonte con delle carte forti alla mano, che racconterò più avanti dopo aver scandagliato alcune questioni pratiche.
Milano, che oltre all'opportunità universitaria appena scoperta ed in fase di valutazione, ha cominciato ad infiltrarsi come la nebbia nei miei pori: non dico d'amarla (è bene dosare e soppesare sentimenti e relativi termini) ma il suo grigio ha una sfumatura ormai diversa e personale, vi sono adesso legata.

Nei prossimi giorni, diciamo un paio di settimane, è probabile che non compaia in questo spazio o comunque che sia piuttosto infrequente un aggiornamento: è tutto regolare, sarò in fase intermedia tra l'autunno pigro e stonato e l'inverno alle porte.
L'inverno sarà per me. Per la mia famiglia e per la lettura, per farmi carico dei nodi interiori ed esteriori dei pazienti e per ricaricarmi nel mio tempo protetto di quella pace che ci scambieremo come fosse ogni giorno Natale.

A presto, a tutti.
Cecilia
cecilia2day
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giovedì, 19 novembre 2009, ore 17:25

Volevo pubblicare un video con la versione all'arpa di Cecilia Chailly, versione che adoro, ma già che siamo in aria di Genova e visto che ho trovato quest'altro video, con foto ben più belle; punto su Faber.

cecilia2day
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giovedì, 19 novembre 2009, ore 15:44

A P., benevolmente, per un motivo.
A me stessa, per lo stesso motivo ed un altro ancora.
A chi voglia trarne sapienza o piacere.
 

Lume della mente, mani artefici

senza limiti: ecco l'uomo.

Pure scivola nel vizio. Tende a virtù

se attua codici terreni

e retti patti di divinità. Allora

è colonna dello Stato: Stato non ha

chi è intriso d'arroganza, d'immoralità,

Non voglio tra le mie pareti,

non voglio nella mia amicizia

chi tanto osa.

(Antigone, Sofocle, primo stasimo)
cecilia2day
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giovedì, 19 novembre 2009, ore 15:14

In generale, gli scrittori sono convinti segretamente di essere letti da Dio¹. Ecco perché scrivere una vita e poi buttarla via - per così dire, non sul serio - mi riesce se non facile, accettabile. E se è vero che le parole usate per servire a qualcosa si vendicano², ecco perché in fondo in fondo io son poetessa (quasi) pura, e di tutto quel che qui sta contenuto conserverei, lo so, soltanto le parole inutili e belle; che sono qualche volta le parole inutili perché belle.
Ciò che è moralmente bello si esprime ovunque, senza chiedere permesso: così anche lo scrittore lo esprime di sè, se ne ha. Ma resta che il moralmente bello è tanto più reale quanto più è fattivo, costruito dai fatti e non dalle parole. E questo non per una inferiorità intrinseca dell'idea e della parola, e nemmeno per un'inesistente necessità ed obbligo ad agire secondo criteri che altri han stabilito e spinto avanti. No, la questione è che anche la parola può già, in molti frangenti, essere un fatto, un'azione: quando rispecchia una vita vivenda e ne è una controprova e testimonianza, e pure quando essa non soggiace alla volontà di cambiare chi legge, ma di affermare chi scrive.
Oppure per affermare (nel senso di rappresentare, presentare) quel qualcosa o qualcuno per cui si scrive, nella convizione che la testimonianza (di sè, di un altro, di sè nell'altro e dell'altro in sè) sia già una mèta e significativa, una metà dell'opera. Opera che si fa omnia qualora si parli del divino.
Leggiamo con certezza e sicurezza il divino nella sua assenza, impariamo a lasciarci amare nel dolore - ma le controversie più antiche del mondo, questi falsi paradossi, non piacciono più: i più infatti hanno tradito da tempo sia la vita che il dolore e Dio, per essi sono ormai soltanto suoni vuoti³. E come può d'altronde un senso profondo ridursi a piacere o non piacere? Non di un'opinione o una preferenza si tratta, ma di ciò che è e sentiamo essere.
Un buon amico rispondeva assai recentemente ad una mia domanda diretta, in merito alle mie modalità comunicative, in un modo che posso così riassumere senza perderne o alterarne il significato: io pecco di passione, e non di presunzione; ed è questo per me un bellissimo e ottimo peccato. Mi esprimo in alcuni brevi momenti così come Etty farebbe, e non me ne pento ed anzi penso sarebbe un bene per me illuminare le mie parole della sua prorompente chiarezza, che nulla le toglie in profondità. E' lei una delle persone che mi stanno insegnando a pronunciare senza reticenza il nome di Dioª, come di nuovo lei stessa dice riferendosi e rivolgendosi all'amato Spier. Ecco che ci vuole: riferirsi e rivolgersi, nè l'una senza l'altra scelta funzionerebbe.
Se in questo periodo non si scoppia di tristezza, né dall’altro lato per autodifesa ci si indurisce e si diventa cinici o rassegnati, allora si diventa più dolci, più miti, più disperati, più comprensivi, più innamorati. Io so come tutto questo stia accadendo dentro di te e tu mi hai portata con te sul tuo cammino, ed io vivo insieme con te la stessa strada fino alla fine. La mia autenticità ed il mio amore hanno mille anni ed ogni giorno invecchiano di mille anni*.
Come potrei tralasciare, per di più scientemente!, di riferirmi ad Adonai, volendo porre in essere quell'amore a cui dò tanto credito e che tanto mi dà credito in ogni piega del vivere quotidiano?
La scelta c'è: è tra il lasciar spogliare, più o meno temporaneamente e necessariamente, i rami oppure seccare soffocandone la spinta vitale innata il lavoro della radice, la sua ragion d'essere. C'è una fine buona ed una cattiva. Non tutto è identico di valore e non ogni cosa contribuisce a vitalizzare il nostro fondamento, la nostra radice, qualcosa anzi la deturpa. Se devo scegliere, scelgo un'azione precisa, un fare del quale la corrispettiva idea e la relativa parola possono apparentemente essere solo il coronamento, ma se ben guidate ne diventano l'aspetto più evidente ma anche più leggero e meno imponente, mai davvero impositivo. Il tratto espressivo. Non un vincolo dunque, ma l'espressione di una proposta.
Io non scelgo alcuna fine. Voglio scegliere soltanto di accettarla, dichiarare quanto ci si sbaglia pensando di poterla indirizzare. Ognuno ha il suo ruolo, a noi non tocca decidere nulla. Il silenzio di questi giorni è un fiume che scorre, mi ci bagnerò senza pretese o tristezze: il silenzio di chi non sa accettare può sempre essere riempito dal silenzio corposo di chi sa amare.

L’ho guardata in faccia la nostra fine, probabilmente deplorevole, che si prospetta fin d’ora nelle piccole cose della vita ordinaria, e le ho fatto posto nel mio senso della vita, senza che questo ne sia uscito sminuito. Non sono né amara né ribelle, ho trionfato sul mio abbattimento e ignoro la rassegnazione. Continuo a progredire di giorno in giorno, senza più tanti ostacoli come una volta, pur considerando la prospettiva della nostra eliminazione… Affermo spesso di aver saldato i miei conti con la vita, perché l’eventualità della morte si è integrata nella mia vita. Guardare in faccia la morte e accettarla come parte integrante della vita, significa allargare questa vita. Al contrario, sacrificare fin d’ora, anche solo un pezzetto di questa vita alla morte, perché si ha paura e ci si rifiuta di accettarla, è il modo migliore per non conservare altro che un povero pezzettino di vita mutilata, che meriterebbe a malapena il nome di vita. Questo può sembrare paradossale: escludendo la morte dalla propria vita non si vive in pienezza, e accogliendo la morte, al centro della propria vita, si allarga e si arricchisce la propria esistenza**.
Delle cose ultime, narra la vita tutta.

¹ cit. Giorgio Manganelli, (da È serio ridere con Wodehouse, Corriere della sera, 3 ottobre 1981), dal Wikiquote a lui dedicato.
² Giorgio Manganelli, da "Il delitto rende ma è difficile".
³ Etty Hillesum rivolgendosi a Julius Spier.
ª idem.
* Etty Hillesum riferendosi / rivolgendosi a Julius Spier.
**  Etty Hillesum, quando inizia a stingersi la morsa sulla comunità ebraica.
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giovedì, 19 novembre 2009, ore 13:19

In attesa di Genova, della quale presumibilmente - almeno in quest'occasione prossima - non vedrò nè scoprirò proprio un cazzo (al massimo due ciacole a proposito del Castello d'Albertis), voglio riportare uno scritto di maudite, pubblicato e da me letto su meteomusicalità.

E' questo (solo) un esempio di ciò che io chiamo amare la propria città, e volerla proteggere senza tema o bisogno di offendere (in tutti i sensi possibili) quel chi e cosa che non ne fa (ancora, forse) parte.

"Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma"

Dunque, non mi andava di scendere in dibattito per questo argomento, ma alla fine, a furia di parlarne a voce, ormai compromessa la mia neutralità, espongo via "iscritta" ciò che penso.

Diciamo che fondamentalmente ritengo che si debba avere un punto di vista meno estremistico da un lato e meno protettivo dall'altro. La vita è un grande gioco, soprattutto in questi ambiti, prettamente commerciali. E in quanto tale la si deve prendere.
Genova è una bella città. Ne sono innamorato: dei colori che sa assorbire con le sue mura marce di sale, di quei quattro mattoni messi in pila che tentano di dominare i colli genovesi, come vecchietti che cercano di far la voce forte mentre giocano a ramino, del mare portuale perennemente sporco e scuro, dei cefali innaturali che lo popolano, del centro storico vivo, seppur indecente (ma che se ne dica i porti, da che mondo e mondo, lo son sempre stati), ma vivo in ogni sua parte lastricata, in ogni interconnessione tra palazzi, in ogni suo essere mal tenuto....
Genova è una gran città. Ma questo è evidente solo per chi ne è figlio, per chi ci vive dentro.
Ed effettivamente la quantità di persone che vivono in genova è sempre meno interessata al suo così particolare carattere. Si, perchè Genova è una città da scoprire, una città che muore dalla voglia di giocare a nascondino con i suoi abitanti. Ma è una città timida, se così vogliamo definirla, chiusa, che non stimola la ricerca. E' come un'amica di vecchia data, in apparenza burbera: se la conosci, sei sempre a cercarla. Ma se non la conosci, non perderai più di qualche minuto in sua compagnia.
Si conti in più che attualmente la struttura demografica della città è prevalentemente composta da persone anziane, abitudinarie e spaventate dalla rude routine odierna (assolutamente impossibile dare torto a tali persone; persino a me fa paura questa assurda routine, circolo ricreativo dell'indifferenza) e da extracomunitari, che giustamente, a tutto debbon pensare, tranne che a scoprire la città. Vivono già in un clima di assoluta e quasi totale diffidenza, nel quale devono procurarsi da vivere, possibilmente in maniera onesta e onorevole, per lavare il peccato di quelli che invece non fanno così.

Infine vi sono due schieramenti: da una parte Genova, e il suo club di intimi. Dall'altra quei tanti che di lei conoscono solo il suo trucco e il suo essere apparentemente così arcigna.
Due schieramenti che di natura non possono venirsi incontro. Come poli uguali di un magnete...
E se questa situazione continuasse a perpetrarsi, è inevitabile il collasso del sistema, per parlare in metafore d'ecosistema: il club degli intimi, è destinato a ridursi, diminuire fino allo svanire, sino a lasciare una città che era viva, in un "branco di rovine selvatiche", e dall'altro lato, un insieme di stabili visitatori, che della città, ripeto, conosceranno sempre e solo il trucco: l'acquario di giorno, il porto antico nuovo, via XX Settembre, la fiumara. Ma non la vera bellezza di genova, non quell'acqua di mare e sapone di marsiglia che sono lo spirito, speriamo eterno, di questa città un tempo superba.

Cosa concludere allora?

Intanto, noi chi siamo? Di quale schieramento facciamo parte? Ognuno lo dice di se. Io mi ritengo un genovese, innamorato della sua città e preoccupato per Lei, per cose che riconosce sbagliate. Ma criticarle in maniera sarcastica, tollerarle o forse negarle dietro un protezionismo da "chioccia", non servirà a nulla.
Bisognerebbe fare qualcosa di attivo invece.
Genova si nasconde? Bene. Giochiamo a nascondino. Sappiamo che è bello giocare con lei? Allora cerchiamo di coinvolgere chi non conosce il nostro giocare. Apriamo a tanti altri, agli stranieri, agli extracomunitari, i nostri giochi, il nostro vivere nei vicoli, il nostro ricercare la musica e
l'arte. Trasformiamo la nostra chiusura caratteriale in qualcosa di attrattivo. Fa parte della psicologia: abbiamo accettato ciò che siamo? Bene, allora non stiamo a barricarci dietro a scuse di leggende metropolitane sulla "razza ligure". Avete mai provato ad andare in un porto di riviera ligure, per vedere quanto è invece aperta la gente di mare? Quante persone sanno sciogliere il sale che hanno sulla fronte imbronciata, davanti ad un sorriso sincero e interessato?
E poi diciamoci la verità: parliamo (e parlo) di amore per la nostra città. Ma quanti di noi ne hanno imparato il canto? Quanti di noi ne conoscono la storia? Siamo tutti suoi nipoti e bene o male Lei a tutti ha raccontato le sue storie, le sue battaglie..... quanti di noi ricordano e possono reputarsi "figli esemplari" di questa città? "Belìn" è l'unica cosa che è sulla bocca di tutti.
Ma ben pochi (e io putroppo non sono tra quelle persone che tanto ammiro) conoscono davvero quel canto così melodioso che invece, non troppo lontano da Genova, possiamo ancora sentire. Quanti di noi sono stati a Pegli? Quanti badando a come parlano le persone di Pegli? Pegli, culla del Genoa Football Club, è uno dei posti dove gli ultimi figli originali della città hanno trovato riparo, se ci si facesse caso, ci si renderebbe conto che il 75% delle persone per strada parlano correntemente in genovese. Ed è stupendo sentirle! Soprattutto per chi non conosce, se non poche parole,(come me) questo dialetto stupendo.
Esiste una scuola a genova, un associazione che si occupa di mantenere vivo il genovese. Quanti la frequentano? Vogliamo chiederlo? Penso, il risultato, putroppo, sarebbe molto sconfortante. Cosa significa? Chi si reputa figlio della città, onestamente, che cosa fa per riconoscere i problemi e cosa fa per essere parte attiva della soluzione?
Non si può fare come sul Titanic: continuare a far finta di nulla tanto, Genova, la Superba, è così di carattere, e così continuerà ad interim.... e nel frattempo andare a picco, affondando nel proprio orgoglio.

Io penso si debba fare qualcosa per far rinascere la città. Cosa? Nulla di particolare. Almeno, nel mio immaginario non ci sono idee strabilianti. Ma una consapevolezza: Cercare di trasmettere a chi non conosce genova, il suo spirito, fare conoscere il carattere, insomma, rendere intrigante, attraente il suo nascondersi per istigare "lo straniero, il foresto" a iniziare a giocare con lei. Poi sarà Genova a tirare dentro la sua ragnatela di vita nascosta i nuovi interessati. E una volta dentro, è così difficile abbandonare questa dolce città...
Ma perfavore, spolveriamo il corpo di questa splendida donna, coperta di stracci e polvere, di false opinioni e pregiudizi, diamole un vestito brillante, solare, laviamole il viso, imbellettiamola per bene, diamole una borsetta e rendiamola visibile sul marciapiede del commercio. Mi si perdoni la metafora.
Penso che questo sia compito di ognuno di noi, chi più e chi meno. Sicuramente più gravosa responsabilità per chi dovrebbe essere al timone del management Genovese: l'amministrazione, quale che ne sia la denominazione e l'ideologia. "Chissenefrega" di cosa proina politicamente: che semplicemente faccia il suo dovere, senza andare a caso, copiando iniziative che altrove possono avere successo, altrove si, ma non a Genova.

D'altra parte è certamente necessario che la controparte faccia il suo dovere. Ma se genova non fa il primo passo, se i genovesi non lo fanno, come si può pretendere egoisticamente che "il foresto" faccia da se tutto il lavoro? Capisca Genova, la scopra, la svesta e se ne innamori.... Semplifichiamo la vita al prossimo. E' un domino che bisognerebbe solo innescare.

Basta, volevo scrivere due righe ed ho scritto un romanzo. Non proseguo oltre. Ciò che penso è più che chiaramente esposto. Se vedemmu (tra l'altro con una tastiera multilingua latina non è assolutamente possibile scrivere in genovese. Bisogna proporre la versione Italiano/genovese).

cecilia2day
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giovedì, 19 novembre 2009, ore 12:12

[a volte i massimi sistemi si capiscono meglio con esempi terra-terra....]

Salt-&-Pepper-Cows
Cosa succede se hai 2 mucche:

FEUDALESIMO:
Hai 2 mucche. Il tuo signore si prende parte del latte.

SOCIALISMO PURO:
Hai 2 mucche. Il governo le prende e le mette in una stalla insieme alle mucche di tutti gli altri. Tu devi prenderti cura di tutte le mucche. Il governo ti dà esattamente il latte di cui hai bisogno.

SOCIALISMO BUROCRATICO:
Hai 2 mucche. Il governo le prende e le mette in una stalla insieme alle mucche di tutti gli altri. A prendersi cura di loro è un gruppo di ex allevatori di polli. Tu devi prenderti cura delle galline prese agli ex allevatori di polli.
Il governo ti dà esattamente il latte e le uova di cui i regolamenti stabiliscono che hai bisogno.

FASCISMO:
Hai 2 mucche. Il governo le prende entrambe, ti assume perché te ne prenda cura e ti vende il latte.

COMUNISMO PURO:
Hai 2 mucche. I tuoi vicini ti aiutano a prendertene cura e tutti insieme vi dividete il latte.

COMUNISMO RUSSO:
Hai 2 mucche. Tu devi prendertene cura, ma il governo si prende tutto il latte.

DITTATURA:
Hai 2 mucche. Il governo le prende entrambe e ti spara.

DEMOCRAZIA DI SINGAPORE:
Hai 2 mucche. Il governo ti multa per il possesso non autorizzato di due animali da stalla in un appartamento.

REGIME MILITARE:
Hai 2 mucche. Il governo le prende entrambe e ti arruola nell'esercito.

DEMOCRAZIA PURA:
Hai 2 mucche. I tuoi vicini decidono chi si prende il latte.

DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA:
Hai 2 mucche. I tuoi vicini nominano qualcuno perché decida chi si prende il latte.

DEMOCRAZIA AMERICANA:
Il governo promette di darti 2 mucche se lo voti. Dopo le elezioni, il presidente è messo sotto impeachment per aver speculato sui "futures" bovini. La stampa ribattezza lo scandalo "Cowgate".

DEMOCRAZIA INGLESE:
Hai 2 mucche. Le nutri con cervello di pecora e loro impazziscono. Il governo non fa nulla.

BUROCRAZIA:
Hai 2 mucche. All'inizio il governo stabilisce come le devi nutrire e quando le puoi mungere. Poi ti paga per non mungerle. In seguito le prende entrambe, ne uccide una, munge l'altra e ne butta via il latte. Alla fine ti costringe a riempire alcuni moduli per denunciare le mucche mancanti.

ANARCHIA:
Hai 2 mucche. O le vendi a un prezzo equo, oppure i tuoi vicini provano a ucciderti per prendersi le mucche.

CAPITALISMO:
Hai 2 mucche. Ne vendi una e ti compri un toro.

CAPITALISMO DI HONG KONG:
Hai 2 mucche. Ne vendi tre alla tua societa' per azioni, usando le lettere di credito aperte da tuo cognato presso la banca. Poi avvii uno scambio debito azioni con un'offerta pubblica, e riesci a riprenderti tutte e quattro le mucche con uno sgravio fiscale per il mantenimento di cinque mucche. I diritti sul latte di sei mucche sono trasferiti tramite un intermediario panamense a una compagnia delle Isole Cayman di proprietà dell'azionista di maggioranza, che rivende alla tua Spa i diritti sul latte di tutte e sette le mucche. Il bilancio annuale afferma che la società è proprietaria di otto mucche, con un'opzione sull'acquisto di un'altra. Nel frattempo tu uccidi le due mucche perché il latte è cattivo.

AMBIENTALISMO:
Hai 2 mucche. Il governo ti vieta sia di mungerle che di ucciderle.

FEMMINISMO:
Hai 2 mucche. Loro si sposano e adottano un vitellino.

TOTALITARISMO:
Hai 2 mucche. Il governo le prende e nega che siano mai esistite. Il latte è messo fuori legge.

POLITICAL CORRECTNESS:
Sei in rapporto (il concetto di "proprieta'" è simbolo di un passato fallocentrico, guerrafondaio e intollerante) con due bovini di diversa età (ma altrettanto preziosi per la società) e di genere non specificato.

CONTROCULTURA:
Ehi, capo... tipo che ci stanno due mucche. Oh! Devi proprio farti un tiro di 'sto latte.

SURREALISMO:
Hai due giraffe. Il governo ti costringe a prendere lezioni di fisarmonica.

Le conclusioni le lasciamo trarre a voi.


due mucche
[fonte]
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giovedì, 19 novembre 2009, ore 11:28

"A mio avviso, il principio secondo cui [in una recensione] si dovrebbe dare un'idea della trama è solo apparentemente un imperativo morale; è essenzialmente una scelta letteraria. Esistono molti, non moltissimi, libri che sono ottimi e hanno una trama raccontabile; ma, se sono veramente ottimi, credo che siano tali che, spellati della trama, offrano un'immagine segreta, uno strato sotterraneo in cui veramente consiste la grandezza di un libro. [...]Posso dimenticare i nomi dei protagonisti, ma mi resterà in mente il rumore sottile della prosa. Sono inconfondibili: sono i libri che talora affaticano alla prima lettura, ma sbocciano superbamente ad una rilettura; e sono i libri che vogliono una riletta."
(Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa)

look here for the source.
cecilia2day
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giovedì, 19 novembre 2009, ore 10:49

Così titola Nizza Thobi (su quello che a occhio sembrerebbe il suo canale YT ufficiale):

Jiddisch is gor nischt asoj schwer

ed io lo ribadisco nella mia pronuncia personale, perché penso sia vero, e perché mi va.
Come dice la didascalia, in alcune foto Nizza appare con Jehuda Amichai e Mikis Theodorakis.
Le lyrics a fianco del video su YT sono in Tedesco.
Non la conoscevo, peccato: l'ho scoperta cercando una versione che mi piacesse di Tumbalalaika.

Forget Klezmer, intima sottovoce il titolino a presentazione del suo sito. Indicativo.


cecilia2day
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giovedì, 19 novembre 2009, ore 10:34

E' bene cedere a ciò che è buono.
E' buono concedere al bene uno spazio.
E' bene offrire in alcune occasioni il vetro piombato,
è buono salvaguardare in sè un velo d'acciaio.
E' bene mascherarsi e mascherare,
è buono ammettere le proprie maschere e
modellarle con giudizio e criterio.
E' bene avere un'idea,
è buono avere un'esperienza.
E' bene argomentare e discutere,
è buono fare.
cecilia2day
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mercoledì, 18 novembre 2009, ore 19:15

"Che mondaccio, signor Gubbio, che mondaccio è questo! che schifo!
Ma pajono tutti... che so!
Ma perché si dev'essere così?
Mascherati! Mascherati! Mascherati!
Me lo dica lei!
Perché, appena insieme, l'uno di fronte all'altro, diventiamo tutti tanti pagliacci?
Scusi, no, anch'io, anch'io; mi ci metto anch'io; tutti! Mascherati!
Questo un'aria così;
quello un'aria cosà... E dentro siamo diversi!
Abbiamo il cuore, dentro, come...
come un bambino rincantucciato, offeso, che piange e si vergogna!
"

(tratto da "Quaderni di Serafino Gubbio operatore" di Luigi Pirandello)

@

Su indicazione di Sandra diffondo la notizia di un concorso letterario,
proposto da Fazi Editore, aperto ai migranti di seconda generazione
(come recita l'annuncio sul sito,
sotto il quale trovate anche il regolamento ed nomi dei membri della giuria).
 

Il concorso è rivolto a romanzi, mémoires e raccolte di racconti inediti, non necessariamente opere prime, scritti in italiano, e non prevede alcun limite di età per i partecipanti.

Dal 1º novembre 2009 al 28 febbraio 2010 sarà possibile inviare il proprio manoscritto alla casa editrice. Una giuria di qualità composta da critici letterari e figure di spicco del mondo della cultura sceglierà l’opera vincitrice entro il 30 aprile 2010. Il premio consiste nella pubblicazione dell’opera vincitrice entro il 2010 e in un anticipo di 3000 euro sul contratto di edizione.

L’annuncio del vincitore sarà dato nel corso del prossimo Salone del Libro di Torino, dove si svolgerà una cerimonia ufficiale di premiazione.

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Con il patrocinio del Salone del Libro di Torino.

cecilia2day
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mercoledì, 18 novembre 2009, ore 18:49

Ah ragà, sono una profana ma a me pare che in questa esecuzione le due brave donne vadano molto per approssimazione. Nei commenti al video c'è chi si complimenta con Nina proprio perché, per una volta, ha tralasciato la sua perfezione stilistica e l'eccentricità estrema solita.
A me, comunque, dopo il primo attimo di smarrimento, son piaciute un botto proprio perché non si prendono sul serio. In una parola: strafatte di birra tedesca e vino greco! Ecco, godetevelo: non sono la Divina - accostarmela ad Annozero è un piacere per le orecchie, e un insulto per l'intelletto - ma sono due gran voci, e molto di più di questo.

cecilia2day
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martedì, 17 novembre 2009, ore 18:57

[modestamente: non sono una donna, sono una santa]

Guido Reni("Santa Cecilia", di Guido Reni)

Sabato 28 Novembre 2009
alle ore 21:00
presso il Teatro Pietro Micheletti di Travagliato

il Corpo Bandistico "S. Cecilia"
eseguirà il programma:


Prima Parte:
"Le ricorrenze"


[per il 250° Anniversario della morte di G. F. Haendel]

Ouverture in D Minor
(G. F. Haendel / F. E. Hendrikx)

Suite from water music
(G. F. Haendel / Arr. C. Custer)

[ per il 50° Anniversario della morte di A. W. Ketèlbey]

In a Persian Market
(A. W. Ketèlbey / Arr. T. Takahashi)

Seconda Parte:
"I compositori contemporanei Europei"


Procession of the sorcerers
(R. Buckley)

Fanfare, romance and finale
(P. Sparke)

Banja Luka
(Jan de Haan)

Dakota
(Jacob de Haan)

Direttore: M° Alessandro Boccanera

Al di là del fatto che il volantino riportava due grossolani errori (cognome e titolo del pezzo di Buckley), e che queste serate della Banda si annunciano sempre con un'aria compassata e ben poco fantasiosa; direi che meritano qualcosa e se siete nel dubbio se uscire o meno, vi consiglio di provarci.
cecilia2day
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lunedì, 16 novembre 2009, ore 19:42

Non è il nostro compito quello di avvicinarci,
così come s'avvicinano il sole e la luna,
o il mare e la terra.
Noi due,
caro amico,
siamo il sole e la luna,
siamo il mare e la terra.
La nostra mèta non è di trasformarci l'uno nell'altro,
ma di conoscerci l'un l'altro,
d'imparar a vedere ed a rispettare nell'altro ciò ch'egli è:
il nostro opposto e il nostro complemento.


[Narciso in "Narciso e Boccadoro" - Herman Hesse]

wings
cecilia2day
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categoria : citazioni, filosofia, simbologia, relazioni, libri e scrittura / cultura





domenica, 15 novembre 2009, ore 19:27

vorrei fossero l'ironia e la misericordia, piuttosto che la crudeltà,
ad occupare lo spazio che rimane.
per questo sto lavorando, per lo spazio che - seppur ridotto - rimane.
cecilia2day
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categoria : cosette varie





sabato, 14 novembre 2009, ore 12:13

leggo sul blog di Anonima un'intervista a proposito del maltrattamento degli animali nei circhi (e contro di esso), che rispecchia il mio sentire in merito più o meno da quando ho coscienza di esistere.
stavo meditando di pubblicarla a mia volta quando mi viene in mente d'aver letto, fra le altre cose, mentre mi occupavo l'anno scorso proprio di trovare informazioni approfondite e non comuni sul mondo del circo (per scrivere il bg di un mio pg di V:tM), degli articoli sull'argomento.
leggevo che tali pratiche sono  - sostanzialmente - un fattore il cui ingresso negli spettacoli circensi è ben determinabile e databile (naturalmente non ricordo un accidente dei dettagli,  ma fatto sta che gli spettacoli con animali non erano presenti nel circo delle origini, che mi pare risalga al più presto al 1700, forse alla fine del secolo).
al di là di questo semplice dato, gli scriventi cercavano di produrre una documentazione che fosse al meglio organizzata per ricostruire proprio il percorso di queste pratiche e la loro fortuna nel tempo (con la conseguente sfortuna degli animali impiegati).
un punto centrale era l'attenzione per il circo moderno, sia quello che - come mi pare sia corretto dire del Cirque du Soleil - si concentra sulle abilità fisiche e di giocoleria, di effetto e di narrazione, sia quello che ancora fa uso di animali.
in questo senso gli autori raccontavano e spiegavano l'esistenza di un tipo di addestramento ed utilizzo di animali non lesivo della loro natura e dei loro bisogni: cosa che, se ben ricordo, era resa possibile appunto da un addestramento che risponde esattamente al termine scelto e non a quello di costrizione schiavistica, e prima ancora dalla scelta, per gli spettacoli, di animali che non soffrono a prescindere da ciò che gli viene impartito di fare nelle condizioni che la vita stessa del circo impone (per esempio come può soffrire un orso polare portato a spasso in Sicilia).
peccato che, mentre mi accingevo ad aprire l'elenco dei segnalibri per ritrovare tutti i numerosi e polposi link al riguardo, mi sia resa conto che non li avrei trovati perché se ne stanno, quieti quieti, nell'elenco sull'hard disk del pc vecchio, la cui torretta ancora sta a languire in un'altra casa, in un altro angolo di spazio-tempo. minchia. spero esistano ancora e non si siano fottuti, come sembrava in procinto di fare la torretta tutta.
ad ogni modo, se un giorno mi deciderò a recuperarli... potrò forse chiarire ed estendere l'ennesimo appunto volante lasciato incompiuto su questo blog - perdooono!! proprio del circo avevo detto, circa un annetto fa, che avrei riparlato presto; aha!
cecilia2day
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categoria : gioco di ruolo, circo, animali ed etologia







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