lunedì, 01 settembre 2008, ore 13:29

Ieri avrei dovuto fare un resoconto dettagliato del mio breve viaggio a Roma ad un amico, ma poi già soltanto i primi dettagli hanno fornito degli spunti per discussioni più personali, ed il resto è stato giustamente messo da parte.
In realtà in questo momento - o in questo periodo, chissà - non sono molto per la quale: mi piacerebbe, come di solito faccio, stare a descrivere e narrare le cose più piccole e più interessanti raggiungendole attraverso i canali di quelle più grandi ed evidenti; ma tutto sommato pare mi manchino le parole.
Le elencazioni a questo tipo di comunicazione fanno male, molto meglio le suggestioni allora.

Roma è Casa: questa l'ho trovata stencilata su un muro poco distante dall'ingresso del nostro hotel.
Avrei anche fatto una fotina se avessi avuto la macchina, ma non mi andava di prenderla. Ero lì per godermi casa, appunto, e l'ho vissuta stavolta comunque abbastanza da turista:
perché sono stata bene, ma avevo degli scopi particolari per i giorni trascorsi all'ombra del Cupolone (soprattutto all'ombra del Cupolone, considerato che ci ho passato almeno una metà del tempo):
fra i miei scopi c'era il conoscere meglio un certo personaggio (eh sì, un vero personaggio che noi "padani" definiremmo "tiramine" ed anche "tòrcol"!), un contatto cui sino ad allora associavo per lo più una faccia, una voce e qualche episodio scarno di tempo condiviso. Di lui possedevo dati ed aneddoti, ma la persona fondamentalmente mancava. Ora c'è.

E' stato lui a traghettarci qua e là in una tradizione che non è mai soltanto culinaria.
Dai "wurstel fallici" di una trattoria in una via poco centrale del Centro, sottoposti ad un gruppo di povere donzelle refrattarie al gioco e ad un singolo, volontario e volenteroso ragazzo che invece al gioco c'è stato e ha dato un morso di quelli giusti; al numero 16 di Trastevere, ristorante senza nome ma dal gusto ed il servizio sopraffini: consigliato, anzi prescritto ai visitatori della città.
Davanti alle orecchiette con salsa di carciofo, pinoli, pomodorini Pachino, formaggio d'autore ed altro ancora, s'è parlato di macellazione rituale, si sono fatti confronti e studi di etimologia dialettale, e ci si è presi in giro a man bassa.
Perché si sa, "noi padani" alle 19:00 - ma pure alle 18:00 - già stiamo con coltello e forchetta in mano, sguainati come spadoni. C'abbiamo anche la mazza per colpire sulla capa i nostri intelocutori testardi, ma quando si mangia la si abbassa salvo si presenti una stretta necessità.

Dopo la cena prelibata ed un lungo giro in auto - a rivedere silenziosamente certi lochi nostalgici del passato ed a contare insieme una sfilza, nemmeno completa, di Sante Marie - è tempo di "coccole e grattini" a letto. Credo d'averlo già detto in questo blog: scambierei senza pensarci mezzo secondo tutto quanto il sesso - già fatto o futuro - della mia intera vita perché mi sia garantito di poter dormire con le persone che amo.
Soprattutto, le persone che amo avrebbero l'obbligo morale di rimettere la mia schiena in sesto, dopo avermi fatto incastrare in una Smart per ben due di quei "viaggi della speranza" dalla Balduina al Vaticano e ritorno. Ma se non altro, sulla Smart stavo appoggiata "sul morbido" di Anonima, perciò me ne lamento poco: volare con Ryanair, ma pure con qualunque altra compagnia, invece è una cosa che tenderò ad evitare. Lieta d'essermi tolta lo sfizio ed aver vissuto un'esperienza in più: guardare di sotto è esaltante e curioso. Mò basta però, eh, l'abbiam detto che entrambe ci sentiamo creature terresti - al massimo marine.

A proposito di mare, di acqua.
Ostia ancora non l'ho vista, mi ci doveva portare un certo ometto senza palle e invece... pazienza.
Al porto di Civitavecchia - poco ridente cittadina, vi dirò - ho però scoperto di desiderare un viaggio per mare. Una crociera non si nega a nessuno, ma io vorrei vedere l'Oceano Mare vero: starci in mezzo, non solo vedere una comoda distesa liscia da diversi metri d'altezza di una enorme nave full-optional.
Magari potrei lanciare nel mare una monetina, come ho fatto con la tua nella fontana di Trevi: che poi nel mio cervello fantasioso è diventato un "trevi battesimale" - prima del lancio non ci avevo pensato, ma poi ho osservato la monetina sdraiata là sotto la corrente e soprattutto lo scroscio dall'alto dell'acqua, ed era così evidente che fosse un'acqua rigeneratrice e non soltanto decorativa...

... a te in particolare sarebbe piaciuto notare quante chiese aperte vi fossero, attorno al mezzogiorno ed in un "banale" giorno feriale agostano, in via del Corso non meno che nel resto della città.
Ognuno poi ha le sue preferenze e devozioni, come si diceva ieri: tra "San Luigi dei Francesi" e "San Giorgio dei Tedeschi" io finisco sempre nella mia amata "San Clemente" (degli Irlandesi); nell'amato San Giovanni (della cui basilica invece non apprezzo l'interno, ma piuttosto il porticato, il prato antistante e l'accoglienza che mi ha dato quella notte là).
A San Giovanni poi come non avrei potuto passare a salutare il mio Farid, amico ed alimentari di fiducia?
Al solito sono le persone che, più d'ogni altra cosa, lasciano impronte.
Di questi giorni ricorderò il gruppo dell'albergo che, dalle poche parole riconoscibili e dall'accento, m'è parso essere di Ghanesi. Il Palestinese di Nesrif (ovvero Nazareth all'Americana!) con cui ho chiacchierato dissuadendolo dall'eventuale proposito di sposarmi e tralasciando il piccolo dettaglio di stare convertendomi all'ebraismo. Un autista della navetta dell'hotel discretamente appetibile, belle donne e bei romani. Un poliziotto a cui posso solo augurare il miglior bene, ricambiando il suo augurio particolare nell'ora di chiusura dei cancelli della piazza.
Goodbye Pagans, hello Jesus, recitava la guida turistica by Mtv del ragazzo Latino-americano partito il primo giorno per altra destinazione: benissimo, ma non permettete ai giovin Cristiani di cantare le canzoncine da acierrini ed affini, per carità, qualcuno gli spieghi che il Gospel è un'altra cosa, e non è cosa nostra. Credo che le statue dei Papi in San Pietro si siano tutte incrinate dolorosamente sull'ultimo "Emmanuel" - ah, ma servono gli spartiti per ripetere due accordi di chitarra?

Lo so, sono caustica.
Ma quanno ce vò ce vò: e poi per la mia superbia canora sono già stata a suo tempo punita da un piccione in missione per conto di d-o, chilla immonda creatura in cerca di riscatto.

Non mi resta che dire Miao.

l












("L'altesse", di Claude Thebérge)
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lunedì, 04 agosto 2008, ore 11:29

Ascoltare di meno i telegiornali, molto di meno, ecco cosa sarebbe bene fare. E i quotidiani sì, quelli leggerli, ma comunque senza strafare. Per lo meno i secondi, quand'anche "di parte", qualche notizia la sanno ancora dare ed il mestiere, quello minimo, lo sanno ancora fare.
A forza di ascoltare segnali negativi e non venire nemmeno informati su cosa davvero sia successo - un titolo, due dati tirati via e della sostanza nessuna traccia - stiamo finendo per perdere di vista le cose buone; quelle che come giustamente si dice non fanno rumore.

Come la presenza di uno scaffale interamente dedicato alla letteratura Russa nella biblioteca del mio paese: ma la letteratura in lingua e, soprattutto, non solo classica ma moderna e di novità. Pare, per lo meno: se conoscessi il russo a quest'ora invece di annotare questa cosa starei appunto leggendo e vi avrei al massimo indicato il genere di acquisti fatti dai nostri eroici bibliotecari. Invece, sia io dannata, ho rinunciato alla possibilità di aggiungere al mio corso di studi delle Superiori la terza lingua e storia dell'arte. Grrr. Mi porterò dietro questa minchiata a vita, lo so.

lingua russa commercio
Non basterà un kebab a consolarmi, è più probabile anzi che mi regali una delicata indigestione. Ma fa piacere sapere che in qualsiasi momento posso pigliar su e farmene uno senza dover andare in città. E questa è la seconda cosa positiva: c'è un kebabbaro in paese.
Ora, però, siete autorizzati a darmi della "prevenuta" se vi dico che ho il timore di andarci. Perché io lo so, i kebabbari simpatici di Roma si incontrano solo a Roma. E se scoprissi che causalmente questo me sta su li cojoni, purtroppo non potrei farci nulla e non so se avrei ancora voglia di kebab. Del suo, per lo meno.
[Peccato poi che a Roma ora come ora si corra il rischio di dover mangiare, camminare e parlare sotto gli occhi vigili di un soldato dell'esercito inutilmente messo a montare la guardia contro un'inesistente emergenza].


kebab
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domenica, 27 luglio 2008, ore 13:04

Rispondendo ad Alexis, che commentava questo post, dicevo di conoscere l'ebraismo, pur non essendo in contatto diretto e continuativo con una comunità, in maniera piuttosto concreta e non astratta, falsante.
E' effettivamente così, e tuttavia del suo commento riporto una parte che, prescindendo dalle considerazioni specifiche fatte nel post, ha in sè un grande valore che ho potuto sperimentare e riconfermare proprio durante il Sabato appena trascorso:
"In fondo fino ad ora ora stai considerando un concetto astratto, viverlo realmente sarà sicuramente diverso!".
Per un verso o per l'altro, tutti quanti l'abbiamo provato: la comprensione teorica ha il suo valore non indifferente, e non per forza deve trarre in inganno, anzi può rivelarsi di una correttezza e precisione estreme.
Però: agire, sperimentare, fare pratica, concretizzare, passare dal sentire all'essere e poi al fare; è un'altra cosa.
E, ve lo dico sinceramente da intellettuale ed intellettualoide maniacale quale sono: non c'è paragone. L'azione - la "drammatizzazione" - e la pratica son cose immensamente più fighe del puro pensiero.
Marco ricordava, nel primo commento a a questo post, di come d-o comandò al profeta Ezechiele non di leggere il rotolo che conteneva la sua parola, ma di mangiarlo:
3 1 E mi disse: «Figlio dell'uomo, mangia ciò che ti è offerto, mangia questo rotolo e va', parla alla casa di Israele».
Cosa meglio di questo versetto può esemplificare - anche se questa è forse solo una porzione del suo significato ed una delle possibili interpretazioni - la necessità di aderire ed adempiere ad una natura umana fatta di carne e di materia, di esistenza che si fa "vita" nel momento in cui viene agita?
Casualmente, oppure no, ho ritrovato questo stesso versetto citato su un manifesto, appeso alla porta interna di una delle chiese del mio paese.

Penso che uno degli scopi dello shabbat sia lo sperimentare un ritorno alla "naturalità" dell'uomo, così ricordando e perpetuando la condizione da esso vissuta nell'antico Eden.
Naturalità, ovvero: godere e fare uso solamente di ciò che il nostro corpo - senza propaggini tecnologiche - ed il mondo - con quello che che possiede "in natura", appunto, ciò che fu "creato" e non inventato o modificato dall'uomo - ci offrono.
E' per questo motivo che ho trovato inaspettatamente facile, ed estremamente corretto, non fare uso della tecnologia - o per lo meno, inizialmente, diminuirlo in misura consistente.
Ma questa non è che l'implicazione più evidente ed una fra le più problematiche che il divieto di lavorare al Sabato contiene.
Sempre con riferimento al tornare ad assaporare - di nuovo, l'atto di nutrirsi appare quello più significativo e forte per l'uomo - la natura umana, il partecipare al mondo così come siamo; ripenso a mille dettagli della giornata passata che, una volta interrotto il corso del tempo impostomi forzatamente, mi hanno travolto nella loro enormità:
il silenzio, l'accresciuta capacità di ascolto (esteriore ed interiore);
la calma, la pace (con me stessa, con il mondo, con il futuro ed il passato), la forza morale pacata ma solidissima;
la memoria e la concentrazione subito rafforzate;
la sensazione di non aver bisogno di nient'altro che della luce del sole, del calore estivo mitigato dal cielo coperto (sembrava che qualcuno l'avesse fatto apposta per risparmiarmi di andare in ebollizione), e poi della luce delle candele osservata attraverso il velo indistinto della vista (sò mezza cecata, miope per l'esattezza; perciò ho tolto gli occhiali solo momentaneamente!).


Il fatto è che lo shabbat non è una rinuncia, è un regalo.
"Cessare (l'attività)" porta inevitabilmente a fermare la corsa verso la riconquista di se stessi, del proprio essere "umani" e verso la riparazione della perdita dell'Eden; per assaggiarne un anticipo scoprendo che possiamo anche solo per un giorno alla settimana tornare umani, completi, interi.
Il riposo del Sabato non è una "pausa commerciale", un giorno di ferie obbligate inserito dall'uomo stesso nella propria tabella di marcia. E' un comando - concessione che viene da d-o, ed esula dai nostri schemi e dalle necessità che l'uomo, tradendolo, si è accollato.

In questo shabbat mi sono segnata con l'acqua le labbra, la fronte ed i polsi.
Mi sono data il profumo sui polsi e dietro le orecchie, prima di uscire, come andando da un amato.
Ho salutato e mi son fatta fare compagnia da un paio di gatti, ed i miei piedi e le loro zampe sono state a riposare insieme, ad una distanza garbata.
Ho "fatto famiglia", come meglio potevo; e acceso per tutti le sette luci.
E letto i primi due capitoli della Bereshìt (la Genesi)
- per ora di questo si tratta, di lettura e non di studio, anche se qualche considerazione e curiosità le lascio nascere e le appunto. Avrei intenzione di leggere l'intera Torah, così, come un normale racconto; prima del nuovo anno e prima di iniziare a seguire le parashot settimanali. Sempre che riesca a stare nei tempi!

richard t nowitz colours(Richard T. Nowitz, "Colours")
cecilia2day
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mercoledì, 23 luglio 2008, ore 21:05

A parte che sto bevendo un latte di cocco freschissimo e gustosissimo, volevo parlare di cose serie.
(Che palle!)
Ovvero tirare le somme dell'ipotesi "conversione" e produrre quelle che potrebbero essere delle conclusioni effettive e definitive.
(Era ora! Ma non l'avevi già fatto?).
Infatti, sembrava che già avessi concluso quel che c'era da concludere. Così non è: perché, come io stessa con sorpresa ho ri-scoperto, spesso le scelte sono come cipolle. C'è da sfogliarle e spogliarle, ed ogni strato è quasi in pari misura pungente ed aromatico. Fino al cuore, al quale si arriva praticamente anestetizzati.

sfoglia cipollaAncora l'appartenenza, ancora il ruolo, ancora la volontà tracciano i loro messaggi sull'acqua e sulla pietra.

Tre sono gli aspetti, ed i piani, attraverso e dai quali ho osservato oggi l'idea della conversione.
Il piano ideale: quello nel quale il mio sentimento di appartenenza al mondo, al popolo, al destino particolare ebraico trova una corrispondenza diretta e totale nell'appartenenza riconosciuta e dichiarata dagli uomini.
Ideale per il quale mi sono auto-dichiarata, senza indugio, decisa alla conversione.
Il piano teorico: quello nel quale le imperfezioni, ma anche le singolarità dell'umanità pongono questioni e veti al sentimento. E chiedono aderenza alla volontà umana, ai suoi criteri e metri di giudizio. E' il piano nel quale è possibile, sensato e sempre pensabile trovare una concordanza tra posizioni differenti, una sintesi delle interpretazioni ed una unità nella differenza.
Teoria per la quale diventa possibile coniugare teologia ed antropologia, indicazione ed interpretazione, volontà umana e volontà divina.
E venire convertiti pur dichiarando apertamente di amare il proprio stesso sesso e di voler continuare a mangiare molluschi.
Il piano reale: quello nel quale la sintesi auspicata dal modello teorico - non per questo meno giusto e valido - spesso semplicemente non avviene.
Perché la perfezione esiste, ma non è umana: è intuibile e pensabile dall'essere umano, ma molto meno attuabile per le sue capacità e forze. E ciò vale per ognuno, si sa.
Realtà per la quale ha probabilmente poco senso che io mi converta, e che mi sollecita a costruire la mia persona, modellare il mio ruolo da artista quale affermo di essere: con i materiali che ho a disposizione, con talento ed ispirazione, con la freschezza e la fermezza.

quali sono le obiezioni che la "realtà" muove al mio indirizzo e verso la mia conversione?

obiezione!
Sono bisessuale. Lo ritengo un aspetto di me assolutamente naturale, bello e che non infrange alcuna legge divina, nè tantomento può "infastidire" d-o.
Ora, non conosco... "come d-o comanda" l'argomento. Ma, pur mettendoci tutte le discussioni e specifiche del caso, mi risulta che l'omosessualità nelle religioni abramitiche sia essenzialmente considerata peccaminosa. Lo scrivevo pure oggi, "a casa di" Marco.
Il che, di per sè, sarebbe il meno. Basta farsi i fatti propri, direbbe qualcuno. Oppure, direbbe qualcun altro, farsi i fatti propri significa giustappunto non omettere, non fingere, non dire falsità. Tralasciare informazioni non perché ci si comporta con naturalezza e si lascia spazio alla casualità, ma perché ci si comporta con intenzionale insincerità.
Sono quel che sono. E la scelta si pone quindi tra il tacere una propria caratteristica volutamente e l'esprimere se stessi non ostentatamente, ma solo apertamente.
Dal mio punto di vista l'orientamento sessuale non dovrebbe costituire mai un ostacolo ad una conversione. Ma dato che si pone come "requisito" per la conversione al cattolicesimo la rinuncia a comportarsi come (omo)natura detta al proprio cuore e corpo; io mi figuro che anche per una conversione all'ebraismo si dia per scontato e rispettato il divieto ad unirsi con individui del proprio stesso sesso.
E' normale, direi.
Tuttavia, per scrupolo, questa questione la porrò al primo rabbino, fra quelli di cui ho il contatto, che mi capiterà di inchiodare.

Ci credete? La cosa m'è venuta in mente soltanto 2 gg. fa. Proprio non l'avevo calcolata.
Lizzy the lezzy mi sta antipatica a pelle, e chissà quant'è veritiera la sua presentazione della vita omosessuale in Israele. Merita comunque una menzione: lei è "out and proud", io sono "out, proud and tranqui".

obiezione!
Alcune prescrizioni alimentari, per le motivazioni che le sostengono, non le condivido.
Anche se stanno scritte nella Torah, esatto.
Come la mettiamo?
Volendo convertirmi, so bene che mica posso sindacare 306,5 mitzvòt su 613. Anche se lo ritenessi, o addirittura fosse, giusto.
Di nuovo, potrei pacificamente esser ligia alle regole finché non abbia ottenuto ciò che desidero, e poi fare quel cispios che mi pare. Ma credo sia anche per questo che ci vogliono anni per convertirsi all'ebraismo: per segare le gambe ai disgraziati che la prendono alla leggera. L'ho sempre detto, meglio vi sia più severità che meno.
Mi auguro non serva che io dica cosa penso di chi intrallazza beatamente e manca di rispetto  - a chicchessia e a qualunque cosa -. La lealtà è ciò che mi muove là dove è più profondamente possibile entrare. Meglio un passo indietro anche se si sta stretti, piuttosto che uno in più se si rischia di calpestare persone e princìpi.

obiezione!
Penso che la correttezza dell'insegnamento dei precetti e la validità dell'educazione religiosa dei figli non sia necessariamente subordinata all'appartenenza effettiva al popolo ebraico. Ma, naturalmente, dubito che il popolo ebraico la pensi allo stesso modo!
Penso anche che la circoncisione all'ottavo giorno di vita, come il battesimo  poco dopo la nascita ed altri atti che dipendano unicamente dalla volontà di terzi, sia di fatto una prevaricazione sul diritto alla scelta della persona sulla quale viene praticata. Si leggano i commenti qui.

Ce ne saranno pure altre, ma direi che queste sono sufficienti come antifona.

menorah - dettaglio
Molto di tutto questo non mi sarebbe nemmeno saltato agli occhi se non avessi seguito quel che sento giusto e basta; facendomi tutte le domande che sono riuscita a immaginare e, soprattutto, concedendomi ed accettando tutte le risposte che ho potuto trovare, senza eccezione.
Nulla poi - la conversione, il noachismo, l'ebraismo e la mia stessa scelta - mi sarebbe stato altrettanto chiaro ed avrebbe avuto il medesimo valore e significato; se non avessi agito invece di fermarmi a ponderare.

Spiegherò, finalmente, chi voglio e spero di saper essere nella vita, e dove mi colloco e perché rispetto all'ebraismo; in un nuovo post.
Che segnerà l'inizio di una seconda fase nel mio percorso di "ri-creazione" spirituale.
Tutti gli interventi relativi rientreranno ugualmente nella categoria "conversione", in quanto il termine ben si presta ad indicare e descrivere anche quella che, pur non dando adito ad iscrizioni nei registri, è una concreta conversione della mia esistenza.
cecilia2day
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lunedì, 16 giugno 2008, ore 16:42

Ho una voglia pazzesca di frittelle: tutta colpa dell'inviato del Tg1, Marco Frittella. Io non sono affatto una persona golosa, naturalmente: non trafugo snack dal frigo di notte, non mangio eccessivamente e sono disciplinata in tal senso. A me non viene voglia di farmi un piattone di pasta alle 23:00 soltanto perché qualche personaggio di un telefilm ha nominato del cibo. Io non consumo caramelle come fossero respiri.
E' tutta colpa dell'inviato, tutta colpa sua e solo sua.

frittelle 2
E poi ho ancora più voglia, desiderio, bisogno irrefrenabile direi; di ballare hip hop.
Adesso che ho sottomano la discografia di Giustino la sindrome s'è fatta seria: se qualcuno passasse dall'ingresso e buttasse l'occhio nella mia stanza, penserebbe che mi sono venute le convulsioni per il fatto che sto troppo davanti allo schermo. Invece mi sto soltanto scatenando da seduta, non riesco a farne a meno.
Non so se riuscirò ad aspettare il Venerdì senza degenerare.

hh
cecilia2day
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giovedì, 17 aprile 2008, ore 14:45

Il Capitano Sira ha finalmente avuto l'occasione di rendermi pan per focaccia :) e mi ha coinvolto in un meme, il secondo per questo blog.
C'è chi l'ha intitolato "tradimenti", ma dal momento che non vivo la nomination come un tradimento preferisco pensare questo gioco come al famoso "obbligo o verità"... nel quale io scelgo sempre verità.

Stavolta il meme consiste nell'elencare sei cose che mi piace fare, numero che io prontamente cambierò in cinque oppure sette: amo i dispari ed il sette in particolare.

Eccole:

1. scrivere: questa più che una cosa che mi piace fare, è una cosa che non posso fare a meno di fare. In particolare se si tratta di scrivere (fare) poesia. Diro di più: scrivere è ciò che sono.
Eviterò però, per una volta, di dilungarmi in merito. Riprenderò più volte questa questione, sia qui che sul blog specifico.


pennino

2. giocare di ruolo: ho scoperto l'esistenza del gdr nell'ultimo anno di superiori, e mi è piaciuto subito così tanto che avevo studiato una tesi sull'argomento. L'idea oltre che appassionante per me era davvero ottima per chi avrebbe dovuto ascoltarla, ma è stata accolta con scetticismo e alla fine ho rinunciato. Non commenterò lo stato (penoso) della nostra scuola e dei nostri insegnanti.
Dopo un primo approccio all'universo dei gdr attraverso un amico di una mia compagna, master di d&d, approccio risoltosi in maniera disastrosa; ho rispolverato questo vecchio amore iniziando a giocare per davvero, a Vampiri. Ho iniziato da poco (due anni per un giocatore sono un'inezia), ho giocato a periodi e con fortune alterne e attualmente sono ferma da diversi mesi.
Ma il gdr è come la bicicletta: una volta imparato, non si disimpara. E di solito, a meno di non scoprire subito di non trovarci proprio nulla, non lo si smette più.
Tornerà il momento di giocare. Oh, se tornerà. Ho l'eternità davanti, per questo.


gang

3. ballare: sto riscoprendo ed accettando il mio corpo da poco. E lo sto facendo innanzitutto con la danza.
Non quella classica, naturalmente: le danze che prediligo sono quelle più antiche, meglio se legate all'aspetto spirituale, cultuale ed esoterico dei popoli a cui fanno capo: le danze orientali, quelle zingare, quelle africane.
Talvolta mi interesso alle danze popolari dell'area europea nella sua più vasta estensione, ma si tratta più di un interesse culturale che di un desiderio di provarle personalmente.


rachel bryce(Rachel Bryce, una delle danzatrici che preferisco)


4. usare le lingue straniere:  ho scelto il termine "usare" non a caso, per togliere l'impressione che sia un'attività del tutto mentale, di studio, di astrazione.
Innanzitutto per chi le voglia studiare, ma soprattutto per chi le ami; le lingue straniere hanno senso e futuro se usate, parlate, scritte; e non soltanto conosciute e capite.
E' stato significativo un episodio avvenuto lo scorso autunno a Roma: ho sostenuto un colloquio in una filiale Adecco, e scorrendo il cv che avevo appena compilato l'impiegata (gentilissima, la saluto qui anche se non saprà mai che l'ho salutata) si è stupita perchè avevo volutamente invertito i dati sulle mie conoscenze linguistiche. Di norma, nei curriculum il parlato di una determinata lingua viene indicato come l'aspetto posseduto dal candidato ad un livello più alto, mentre lo scritto è solitamente l'aspetto conosciuto ed applicato in maniera meno approfondita. Per me rispetto alla lingua Tedesca valeva il contrario, e così ho indicato... è stata un'occasione di riflessione, ma soprattutto un'occasione per chiacchierare :)
Tornando al presente, sono molte le lingue che, oltre a Inglese e Tedesco, vorrei imparare; quasi tutte legate ai miei interessi. Mi piace sfruttarle tutte, per quel poco o tanto che so; e rappresentano in ogni caso una mia peculiarità ed una tra le mie più grandi abilità.


Alef maghen david(un Maghen David creato con una serie di lettere Alef)


5. cucinare: anche questa è una novità piuttosto fresca. Come sempre, conta con che qualità e con che spirito lo si fa, più che quante ricette si conoscono.
Mi piace semplicemente essere libera di scegliere se, a che ora e cosa mangiare. Cucinarmelo da me, bene o male che riesca.
E poi mi appassiona sentire e mettere in atto il significato profondo del cucinare, del nutrire e del nutrirsi. Adoro fare del momento culinario, quando possibile, un momento sacro.
In particolare mi piacciono la cucina Indiana, Giapponese e poi Marocchina.


Lassi

6. camminare: nè correre nè passeggiare. Camminare, proprio. Magari senza meta, con o senza l'intenzione di vedere o fare qualcosa in particolare, delle commissioni per esempio. Ogni scusa è buona, in sostanza.

7. leggere: eh beh. Non l'ho messo assieme a scrivere perchè de facto sono due cose completamente diverse, oltre ad avere un diverso valore per me. L'ordine però è quasi casuale, non ho citato la lettura per ultima in quanto ultima nei miei "diletti".
Come dicevo ad Alexis nel commento a due post più sotto, sono una lettrice pressochè onnivora: in autori, generi, tipologie e ideologie.
Sono la classica talpa da biblioteca (per coniugare l'idea del topo da biblioteca con quella dell'intellettuale occhialuto); l'unica cosa che è cambiata da quando leggevo i libri pop-up dell'asilo ad oggi sono gli occhiali: gradazione più alta contro lenti meno spesse (pagando) ed antiriflesso (pessima idea), su una montatura decisamente più chic.


Ed ora, le nomination(s): soltanto tre, perchè mi piace di più.

- Elisa, appena conosciuta, con il suo blog rosacabarcas;

- Mirek, principe del piccolo regno di nessuno;

- ed infine gp, che trovate su Ventefioca.

Anche stavolta, ribadisco che le nomination non sono vincolanti: siete liberi di declinare se avete già fatto questo meme, se detestate i meme, se semplicemente non ve ne pò fregà dde meno :)
Hasta luego a todos.


p.s.: ora che ho assegnato le categorie, mi rendo conto di quante altre cose ci sarebbero da elencare e da raccontare... ma va bene così. Non è che un modo in più per ragionarci sopra, per scoprire, per aggiornare e riprendere... come tutto quanto il blog, no?!
cecilia2day
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sabato, 12 aprile 2008, ore 10:55

Eravamo in otto ieri sera alla cerimonia del thè zen, numero fra l'altro significativo per il buddhismo. La prima cerimonia a cui abbia partecipato; che mi ha lasciato soddisfatta e soprattutto davvero rilassata. Ed è "soltanto" questo lo scopo di una cerimonia del thè: rilassare, permettere al partecipante di lasciarsi dietro i problemi e prendersi un paio d'ore durante le quali non fare e non pensare ad altro che a bere una tazza di thè. Semplicemente. Essere nel qui e ora.
Tanto è vero che nelle cerimonie tradizionali, quando possibile, si entra nella casa dove si tiene la cerimonia uno alla volta, passando dal giardino e dando anche simbolicamente le spalle all'esterno.
Ci sono state fornite diverse informazioni di interesse storico, culturale e prettamente inerente alla cerimonia nel corso della stessa, ma qui mi voglio limitare a riportare solo ciò che mi viene al momento. Cercherò di fissare ed approfondire il resto più attivamente stavolta, non limitandomi a riscrivere i concetti sul blog o altrove ma facendo ricerche, arricchendo la mattutina tazza di thè con una serie di semplici gesti rituali da acquisire e consolidare, proseguendo ed invitando altri amici nella pratica.


spuma di giada(il thè verde Cinese "spuma di giada", che ci è stato servito ieri)


A proposito di ritualità, quella prevista nella cerimonia di ieri constava di pochi movimenti, facilmente memorizzabili. Non ricordo la valenza di tutti, ma alcuni a prescindere da essa hanno un significato ed un "potere" intuibile e "personalizzabile", diciamo (fulmini su di me da parte dei puristi della teoria magica).
Brevemente, ripercorro i gesti da noi fatti:
il maestro e la coppia inginocchiata al suo fianco, pronta a ricevere il thè, si fanno un inchino profondo;
il maestro porge alla prima persona alla sua destra il contenitore con i tovaglioli;
questa si inchina leggermente per ringraziare e porta il contenitore davanti a sè, prende un tovagliolo e se lo appoggia davanti alle ginocchia, si inchina al tovagliolo e poi sposta il contenitore al suo fianco destro, al centro tra sè e la seconda persona;
la seconda persona ringrazia con un leggero inchino e fa lo stesso, dopodichè risposta il contenitore al centro e la prima persona lo prende e lo fa ritornare al maestro.

Di seguito, si ripete la medesima sequenza per ricevere un biscotto (in questo caso).
Infine si passa al protagonista, il thè... qui la sequenza prevede la stessa serie di azioni, ma con queste differenze:
il maestro prepara il thè per la prima persona, solleva la tazza sulla mano sinistra e con la destra la fa ruotare di 90°, per due volte, in senso orario;
la prima persona la riceve e dopo l'inchino di ringraziamento se la porta davanti, si inchina nuovamente ma stavolta verso il thè, solleva la tazza reggendola con la mano sinistra (meglio se aperta) e la eleva verso l'altro in segno di ringraziamento, se la porta davanti e con la destra la fa ruotare di 90° per due volte in senso orario (c'è una precisa disposizione del disegno sulla tazza da rispettare, ma non saprei ripetere ora quale sia e perchè sia esattamente così), la persona ora può bere il suo thè e alla fine farà ruotare la tazza di 90° per due volte in senso anti-orario, per appoggiarla davanti a sè fino al giro successivo.

Alcuni accorgimenti che, se messi in atto, rispecchiano uno stato di apertura e di presenza mentale della persona, sono questi:
mentre si solleva la tazza, tenere la mano che la regge aperta;
mentre la si fa ruotare, usare il pollice per muoverne il bordo ed accompagnare l'esterno della tazza con l'intero palmo e le dita.

Il primo gesto ci è stato consigliato dall'organizzatore, fra altre preziose indicazioni per capire ed entrare nello spirito della cerimonia. Il secondo l'ho "stabilito" io stessa, facendolo derivare da un principio dello shiatsu: ovvero, sempre accompagnare il movimento della mano sul corpo con le dita, usare le dita per coprire o avvolgere quanta più superficie possibile.
Notevole, anche se poco nota, la similitudine non solo gestuale tra l'elevazione della tazza nella cerimonia del thè e l'elevazione dei doni eucaristici nella messa cristiana.

Interessanti si sono rivelate anche alcune date che segnano le tappe principali nella storia del thè:
attorno al 600 a.C. la pianta del thè viene per la prima volta utilizzata, in Cina, per ottenere la bevanda;
è soltanto nel 1200 d.C. che il thè approda in Giappone, attraverso il contrabbando;
nel 1500 d.C. il gesuita Ramusio ne apprende l'arte vivendo per un periodo in Giappone a scopo di studio della cultura del paese e di evangelizzazione (sic). Tornato in Italia, trasmette la conoscenza acquisita ai suoi fratelli, ma al di fuori di questo contesto la bevanda non prende piede (ri-sic);
nel 1800 infine sono gli Inglesi a farne una bevanda nazionale, scoprendone il gusto e le proprietà sull'isola di Ceylon.

Segnalo agli interessati, non soltanto della provincia di Brescia, il sito dello studio ENMEI che ha organizzato questa quarta ed ultima cerimonia di primavera e vi rimando all'autunno per il secondo ciclo:
Tea per Te.
Per chi volesse, è possibile organizzare su richiesta cerimonie private.


attrezzature cerimonia(utensili per la cerimonia)
cecilia2day
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giovedì, 10 aprile 2008, ore 15:02

La settimana scorsa mi sono pappata questo piattone di maltagliati al radicchio... per guarnirli mi è bastato lasciar soffriggere un pochetto le foglie di radicchio tagliate fini, amalgamarle con un po' di panna (senza farcele annegare), e poi scaldare il tutto  cinque minuti:

maltagliati al radicchio
Oggi invece, per togliermi di torno certi "avanzi" che trotterellavano per la cucina da giorni (ovvero del cioccolato fondente, che a me non piace, pezzetti di biscotti allo zenzero sbriciolati e un fondo di marmellata dimenticato da dio) ho improvvisato un pan di spagna; da me ribattezzato "pan di spagna ogm". No, gli ingredienti non sono scaduti. Il fatto è che la busta di glassa rosa, che secondo mia mamma sarebbe stata troppa, era invece appena sufficiente a coprire l'ultimo disco. Così la suddetta glassa si è mescolata al cioccolato ("allungato" con del latte) ed ha prodotto questo:


pan di spagna ogm
La cosa migliore è stata, dal momento che il lettore dvd era "impegnato" a registrare e non potevo ascoltare musica da lì, aver riscoperto quel tesoro sottovalutato che è la radio.
cecilia2day
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mercoledì, 26 marzo 2008, ore 16:46

Completata la prima fase della riorganizzazione dei segnalibri di FireFox (altrimenti detti "preferiti"), mi accingo a sollevare un calice: non di vino rubino, anche se mi piacerebbe poetare persino in merito a faccende tanto prosaiche; ma di succo al melograno della Santal. Provatelo, è...
... succoso.

melagrana_apertaEhi, a proposito...
... ma il frutto del melograno non dovrebbe chiamarsi "melagrana"? Non lo sento praticamente mai nominato in questo modo, ma credo proprio che sia corretto così.
cecilia2day
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lunedì, 17 marzo 2008, ore 19:06

Durante l'ultima (cronologicamente) cena, un'oretta fa...

Mio Padre: "Vuoi dei finocchi?"
(mi porge una ciotola con finocchi e ravanelli conditi)
Io: "No, voglio delle finocchie".
(ah, ecco).



finocchio
cecilia2day
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