mercoledì, 03 settembre 2008, ore 17:44

Alla fine dei conti, c'è un'unica domanda che come diceva quella tostissima donna della Valentini un operatore nel sociale deve porsi: se voglia essere una persona "in relazione con" ed "al servizio di" altre persone, oppure un "distributore di mentine".
Tutto il resto è noia.

sassi e sasso a forma di cuore
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lunedì, 01 settembre 2008, ore 18:40

" (...) la preghiera (...) è precisamente l'atto più virile che l'uomo possa compiere ".
[Enzo Coffani, il testo e la frase interi qui].

Ripescaggi di lontani viaggi.
cecilia2day
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lunedì, 01 settembre 2008, ore 16:06

morte
Non è poi così logica l'affermazione secondo la quale chi dichiara d'avere fede e nella fede si rifugia lo fa per controllare ed esorcizzare la morte, e con essa la paura che incute.

Per quel che mi riguarda, ora che posso dire onestamente d'aver fede crepo di paura all'idea della morte (ahah, ma come sono divertente!).
Mentre ai tempi del mio solido e florido materialismo ateo, durante i quali scrivevo - sentivo - cose così:

so che la vita e la morte sono spettri, viviamo e moriamo per ciò che segue:
per quel nulla che mai la nostra pelle potrà toccare,
che in eterno ci terrà in sè ma che, in eterno, ci sarà vietato di riconoscere
.


del fatto che presto sarei stata un ammasso di cenere senza coscienza nè futuro alcuno non me ne poteva fregà dde meno.

Vojo dì, non è poi così semplice.
Io amo l'antropologia, ma tenete presente che mica basta quella per formulare una -logìa della morte.
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domenica, 24 agosto 2008, ore 13:43

Esattamente due anni orsono scrivevo, in un forum a tematica spirituale-religiosa (linkato nel precedente post), queste parole:
di nuovo sull'ascolto: stavolta faccio "l'esame di coscienza".
ho ri-cominciato ad ascoltare, cioè ad andare oltre le tre cose schematiche che sapevo del cristianesimo da pochissimo.

Potrei dire lo stesso anche ora. Insomma, o non ho fatto passi avanti o l'affermazione di allora non corrispondeva a verità.
Mi tocca prendere atto del fatto che, non essendo io un'ipocrita, ho evidentemente "peccato" di ingenuità oppure di sopravvalutazione delle mie azioni e capacità - ergo, tecnicamente, di superbia o hybris che dir si voglia.
E dunque, tanto per cominciare a mettere un po' di punti in chiaro sulla carta anche in questa direzione, facciamo che: del Cristianesimo mi rendo conto di sapere poco o nulla.
cecilia2day
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domenica, 24 agosto 2008, ore 11:47

Le Olimpiadi stanno terminando e, come deciso mesi fa, io ho cercato di seguire un programma diverso dal solito. Non sono riuscita ad evitare integralmente, come immaginavo ottimisticamente di fare, di vedere le gare in televisione: avrei dovuto persino pranzare isolata nella mia stanza e come detto il mio intento non era certo di boicottaggio estremo.
E nemmeno mi sono buttata a capofitto nella cultura Cinese come avrei invece voluto. Insomma, nessuna rivoluzione di metodo, per ora.
pipa - pear shaped lute Però due cosette, fra le altre, le ho scoperte lo stesso: per esempio che la corrispondenza con determinate figure e funzioni sociali vale non soltanto tra queste e gli organi del corpo nella medicina tradizionale, ma anche per le note musicali
Oppure che le cifre relative al numero di Cristiani presenti nel paese viaggiano su due binari distinti: stando ai numeri della Chiesa "patriottica" pare infatti mi fossi fatta un'idea ben lontana dalla realtà; stando invece a quelli includenti la Chiesa cosiddetta "sotterranea", o "clandestina", o comunque non riconosciuta dal governo, affermando che "la Cina è un baluardo della cristianità" ho sparato forse una minchiata un pochettino meno grossa di quanto mi era sembrata nell'atto di recuperarla dagli archivi della memoria.
(Certo, lasciar intendere che il Papa non avesse alcun bisogno di andare in visita in Cina, perché essendo la maggioranza Cristiana la nazione è vi-cina a Roma; questa è una minchiata e basta: vedi pagina 1, intervento 13 di questa discussione. L'utente [ever] sono io).
Wong Kar-Wai, invece, già lo conoscevo ed amavo. Ah (sospiro).

2046








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mercoledì, 20 agosto 2008, ore 15:26

Un paio di giorni fa, non so bene il perché, m'è venuta l'idea e la voglia di raccogliere ed elencare tutte le ninne nanne che conosco. Tradizionali oppure originali, ma solo e rigorosamente con due requisiti:
- che mi piacciano (ne ho trovate alcune che potrebbero essere elencate, ma a me non dicono niente o mi stufano. E dal momento che questo è un gioco mio e non un lavoro, le ho depennate);
- che siano state tradotte in musica da qualcuno, o che siano nate già come canzoni. Insomma, di ninne nanne e filastrocche ne esistono nell'ordine di migliaia: a me interessa ed incuriosisce però andare a trovare quelle esistenti in forma di canzone vera e propria (popolari o scritte da autori e cantanti noti, strumentali o cantate, in qualunque arrangiamento).
Ci sono, nell'elenco che vado ad iniziare, anche dei motivi musicali che non so se definire con certezza ninne nanne ed altri - che ancora non so se inserirò - dallo scopo e dai contenuti palesemente differenti i quali però, per la dolcezza e la ripetitività, potrebbero ben prestarsi a diventarlo.
Come sempre, chiunque abbia suggerimenti o voglia aggiungere un titolo in coda può farlo!


lunaProcedo in rigoroso ordine sparso.

I. "Lullabye" - Goran Bregovic
Dolcissima, al limite della nostalgia. L'aria non può essere che fresca e frizzante, e non si può essere che bambini, cullati all'aperto; ascoltandola. Casa è sicuramente lontana, e altrettanto sicuramente Mamma è vicina.

II. "Headdy down" - The Klezmatics
Il testo e la canzone appartengono a Woody Guthrie, come avevo indicato in questa dedica. Non ho ancora sentito la versione originale, ma quella dei Klezmatics (per i quali Guthrie ha scritto i testi dell'intero album "The Wonder Wheel"), con le voci argentee di Lorin Sklamberg e Susan McKweon è splendida.
Tipicamente alternate tra la cullata classica ed il nonsense le liriche: una ninna nanna nel più vero senso del termine.

III. "Didn't leave nobody but the baby" - Emmylou Harris, Alison Krauss e Gillian Welch
Tradizionale, dichiaratamente blues; la conosco per far parte della (magnifica) colonna sonora del film "Fratello, dove sei?". Un coro a tre voci accompagnato dalle mani, sotto al quale un qualsiasi strumento suonerebbe come pleonastico e ridondante.
You and me and the devil makes three
don't need no other lovin' babe.

IV. "Serenity's carillon"
Esatto, quel carillon, dall'anime Sailor Moon.
Lo so, "carillon" non è sinonimo di "ninna nanna". Ma questa melodia mi sembra così perfetta in tal senso che poco mi importa se non ho trovato alcun riscontro cercando informazioni sulla storia di Bunny. Fate voi, dunque: consideratela o meno, io intanto la metto.

V. "Ninna nanna" - Modena City Ramblers
Penso che questa parecchi di voi la conosceranno, ed in caso contrario è facilmente reperibile. Una via di mezzo tra un accompagnamento al sonno dell'amata ed un augurio di buona vita, soffiato da lontano.

VI. "Ninna nanna della guerra" - Grazia di Michele
Non ne conosco altre versioni, ma questa già mi piace molto. Pronuncia perfetta. Il testo è pari pari quello di un componimento del Trilussa (fra i miei amati), l'ultimo che trovate in questa pagina.

VII. "River lullaby" - Amy Grant
Inserita nella colonna sonora del film d'animazione "Il principe d'Egitto" e, suppongo da quanto sento, appositamente scritta.
La Grant ha una voce piacevole, forse qui un po' sostenuta per una ninna nanna.
Ovviamente semplici, ma molto belle le parole.
E buonanotte a Mosè.

VIII. "Enter Sandman" - Metallica
Eh beh. Si dica pure che non è una ninna nanna: certo pare più adatta ad un rito di iniziazione che a tranquillizzare giovani pargoli insonni. E poi è dedicata all'Uomo Nero. Ma è di questo che si tratta: morire, dormire, sognare forse. L'ambiguità del sonno ed il sentimento di polveri sottili che ti strisciano dentro.
Now I lay down to sleep
pray the Lord my soul to keep
if I die before I wake
pray the Lord my soul to take.


IX. "Mein Herz brennt" - Rammstein
Alla stessa stregua della canzone dei Metallica, stavolta con maggiore enfasi sull'atmosfera onirica e stregata dell'atto di addormentarsi. Inquietante. Chi più di un Tedesco può essere maestro nel raccontare storie sull'omino del sonno, alias l'omino della sabbia? Niemand, nein. Licht aus!

X. "Per te" - Lorenzo Cherubini

Più facile di così si muore. A forza di sentirsi ripetere "è per te... è per te... è per te" sfido qualcunque bambino a non cascare intorpidito.

XI. "Summertime" - Ella Fitzgerald
Con un'altra voce non vale. O forse sì, ma non per me. Lei è l'unica...
... un grande classico da qualunque lato lo si osservi ed ascolti. Ed in più, una ninna nanna con tutte le carte in regola.

XII. "Lullaby from Itsuki village"
Cercatela così, con questo esatto titolo, se vi va di scoprire una melodia tradizionale Giapponese incantevole. Dotata di una leggerezza che noi ci possiamo... sognare. Protagonisti: flauto e sitar.

XIII. "Lonesome lullaby" - Cecilia Chailly
Pare sia una delle nostre migliori arpiste, se non addirittura La migliore. Non saprei: comunque merita.

XIV. "Ninna nanna" - Gianna Nannini
Leggendo il testo, così "a secco", francamente non l'avevo trovato convincente. Un po' da "le solite cose". Invece ascoltandola mi torna di più. Nessuna indulgenza per un'artista per la quale ho un debole, solo che mi scopro a dondolare alla tastiera. Significa che come ninna nanna funziona, tutto sommato.
E poi riprende uno stralcio della ninna nanna tra le più conosciute:
ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo dò?

XV. "Ninna nanna" - Agricantus
Inizia con un colpo di gong e prosegue "ticchettando", sino all'intervento dell'ipnotico vocalizzo dialettale. Imperdibile per gli amanti della Trinacria.
Anche qui, ci si chiede come liberarsi de 'stu poru figghiu.

XVI. "Caalì" - Charlie Cinelli
Il dialetto stavolta è bresciano. E modestamente la cansù l'è 'nà bèlò stòrgio.
Da sentire con la traduzione sottomano, per i "forestieri": prima o poi converrà che la scriva.

XVII.  "Bay Nakht" - The Klezmatics con Chava Alberstein
Nuovamente la ricerca di informazioni più dettagliate ed accurate è stata un quasi buco nell'acqua.
Mi sento però di avere pochi dubbi  nel ritenerla una ninna nanna, secondo il ritmo, l'impostazione vocale e qualche frase captata qua e là.
E' la trasposizione di un poema in Yiddish, al pari delle altre canzoni contenute in "The well"; di Almi (Elyohu Khaym).
Ach, Chava, zing sie mir nokh.

XVIII. "Rachel's lullaby" - Romano Mussolini
Già citata in precedenza, questo brano strumentale è tra i migliori del compositore a mio parere: la versione jazzata e registrata del motivo che donna Rachele canticchiava per farlo addormentare. Una perla storica oltre che musicale, dunque.
Pare che sia il sole tiepido e gentile di Maggio ad accarezzare sulla testa l'ascoltatore; qui. Il ritmo cardiaco non sarà esattamente regolare, ma per un pisolino pomeridiano la prescriverei.

XIX. "Ninna nanna del contrabbandiere" - Davide Van De Sfroos
Ancora dialetto, stavolta "laghée": ovvero della zona del lago di Como; da quanto ho potuto capire. Fra parentesi, un dialetto bel fès, marcato ma al contempo dolce.
L'intera discografia di quest'uomo merita più di un ascolto.

XX. "Maya... bonne nuit" - Oztara
Gli Oztara sono un gruppo che strizza l'occhio ai ritmi zingari, probabilmente più Manouche che altri; che mixa una serie di lingue nei testi e che si è attribuito il nome di un Sabbat neopagano (quello dell'equinozio di Primavera).
La canzone è - prevedibilmente - ritmatissima e segue lo schema secondo il quale ad ogni nuova ripetizione del ritornello la rapidità della battuta aumenta costante. C'è poco da dormire, allora, è più probabile che i bambini stessi si mettano a tamburellare le dita sul bordo della culla.
Però, bonne nuit lo stesso.
cecilia2day
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domenica, 17 agosto 2008, ore 19:12

Non ricordavo, finché non ho cercato una certa informazione in rete, che fosse esistita la setta eretica dei Cainiti o Caianiti. Di fatto, è stata una setta talmente sfigata che fatica persino a farsi memorizzare. Il nome della stessa però, scelto od imposto che sia (è più probabile la prima ipotesi) ha funzionato per me come uno specchietto per le allodole: non cercavo infatti alcuna setta eretica ma piuttosto i gruppi (di potere ma anche no) che, in Vampiri: the Masquerade indagano e/o contrastano le attività della società Cainita e di altri esseri cosiddetti "soprannaturali", legati alla Chiesa Cattolica o meno.
Nel corso della ricerca mi sono imbattuta poi anche in un'altra pagina, inutile a rintracciare i nomi dei tre principali gruppi succitati (che poi sono la Società di Leopoldo, l'Arcanum ed un terzo ignoto); ma che a causa di un paio di passaggi del testo mi ha fatto riflettere e riportato per l'ennesima volta alla mente un vecchio discorso che mi sta a cuore a proposito del gioco di ruolo.
Nella pagina in questione, dedicata all'arcivescovo sabbatico Monçada, viene detto che: dopo aver sostanzialmente agito come uno dei peggiori esponenti di quel cattolicesimo dedito all'acquisizione del potere temporale che nel Medioevo ha raggiunto la sua massima espressione, "l'uomo di Chiesa, protetto dalla Fede e dalle mura del Monastero [di Madrid], riuscì a evitare l'Abbraccio per più di un decennio". Ed anche: "Protetti dalla loro Vera Fede Monçada e i suoi seguaci continuarono a gestire parte dell'Europa occidentale".
Ora, a me non frega nulla di discutere del fatto che la Santa Romana Chiesa Cattolica Apostolica Eccetera fosse più o meno corrotta eccetera; o di quanto è fico Monçada. A me interessa notare che si adduce la riuscita del suo evitare i contatti con i Lasombra alla Vera Fede. Al che mi domando: ma che razza di fede sarebbe quella di un uomo che vive sbattendosene altamente di ciò che è comandato dal proprio dio? Significa che devo intendere il concetto di "Vera Fede" meramente come una credenza, convinzione nell'esistenza di una determinata divinità, slegata dai legami con la realtà - e soprattutto, indipendente dal comportamento e dalle azioni concrete del personaggio?

Non è che la domanda primaria, ma altre ce ne sono. Prima di tutto voglio controllare cosa "sta scritto" sul "sacro" manuale base di V:tM. Andiamo a vedere. Innanzitutto, la definizione di Vera Fede, che è una caratteristica particolare e non una disciplina, recita così: "La Vera Fede è una caratteristica speciale che solo pochi possiedono nel Mondo di Tenebra. Sebbene molti mortali siano più o meno credenti nell'esistenza di un potere o di uno scopo superiore, solo pochi possiedono la bruciante convinzione che detta forza li possa proteggere da creature come i vampiri. Mentre molte leggende raccontano che i Dannati provino una repulsione per le croci e simili, la Fede si può manifestare in qualunque forma religiosa. Un ebreo devoto potrebbe essere in grado di vincere un vampiro con la sua Stella di David o un taoista potrebbe farlo intonando speciali preghiere, ma un cristiano senza la Vera Fede non potrebbe fare nulla, anche con un crocifisso tra le mani. questa Fede non aumenta necessariamente con l'esperienza. Può certamente crescere con il tempo, ma è più una questione di convinzione e forza della mente. Non si tratta nemmeno di qualcosa che proviene da fuori, da un qualche dio o angelo. A prescindere dal fatto che le convinzioni di questi individui siano corrette o meno, esse sono talmente forti che li proteggono dai non-morti. A discrezione del Narratore, la Fede può aumentare o diminuire, riflettendo le convinzioni e lo zelo religioso della persona".
In questo brano vi sono due interessanti informazioni.
La prima costituisce più o meno la risposta ai quesiti posti più sopra. E' vero, infatti, che è la convinzione che una determinata forza esista ed agisca in suo aiuto, a creare una difesa effettiva e reale che "scherma" il personaggio dall'influenza di un vampiro. E' però altrettanto vero che, proprio sul termine, si indicano la convinzione ed anche lo zelo religioso come fautori di tale difesa.
Non occorre parlare oltre di Monçada: non v'è alcun dubbio che sia stato in vita e sia in non-vita estremamente credente. Ma quanto devoto? E soprattutto, quanto coerente con i principi del dio scelto come proprio?
Una seconda informazione è data dal rimarcare lo stato di dannazione entro il quale conducono la loro esistenza i Cainiti. Come in una qualunque società mortale, anche in quella Cainita abbonda la varietà di teorie e convinzioni personali in merito alla propria origine. Non tutti i vampiri necessariamente credono di discendere da Caino nè tantomeno che la propria condizione derivi dall'antica maledizione che si narra essergli stata imposta; specialmente se si tratta di vampiri abbracciati in epoche recenti. Tuttavia nel quadro più ampio del gioco è esattamente questa l'origine stabilita e proposta dagli autori del gioco stesso come valida - sempre entro i confini della speculazione intellettuale e ludica. E di conseguenza, quale che sia la posizione del singolo giocatore - personaggio in merito, non può da questo non nascere un proficuo conflitto tra una certa scala di valori mortali che attengono ed appartengono alla sfera religiosa in particolare ma non solo, e la scala di valori / obbiettivi - per lo più strettamente individuali, talora strutturati ed identificati nei "sentieri" - concepibili da un vampiro.
Pensando poi al dato di fatto che, chi più chi meno, i Cainiti si caratterizzano imprescindibilmente e si differenziano dai mortali (dai quali in ogni caso hanno origine) anche attraverso il loro scarso o scarsissimo livello di moralità, di socialità e solidarietà come normalmente le intendiamo; va da sè che "i Cainiti non hanno di solito punteggi in questa caratteristica, in fondo si considerano i Dannati. Riflettete molto, molto attentamente prima di concedere ad un vampiro tale potere".

A proposito di personaggi mortali, vi è poi un appunto che mi porto dietro da tempo concernente ancora la Vera Fede. Posso comprendere che si tenda, nei gruppi che giocano di ruolo Vampiri, a non considerare quasi per nulla i mortali - se non come pedine delle proprie macchinazioni personali. D'altra parte, le variabili di gioco e le impostazioni che ogni Master può dare alle cronache sono innumerevoli ed immense; ma in linea di massima si gioca a "Vampiri", e non a "Second Life". Ritenere, però, che inserire e giocare personaggi mortali non abbia scopo è a mio parere un errore cruciale.
Si pensi pure che lo affermo per tirare acqua al mio mulino, dacché io di personaggi mortali me ne sono creata ben due e vi sono estremamente affezionata. Non ho il potere di impedire a qualcuno di pensarlo (a molti?). Ma io intendo fare un discorso, letteralmente, di meta-sistema di gioco, ed almeno qui ne ho tutto il diritto.
Io ritengo che:
1. la Vera Fede dovrebbe essere una caratteristica perfettamente in grado di contrastare i Cainiti, nei modi e limiti descritti dalla stessa pagina del manuale base al capitolo "Le Regole". La misurazione dei "pallini" e la loro concessione col contagocce ha anche la fondamentale funzione di contenere e scremare gli inevitabili power-players. Ma, una volta che siano stati assegnati, sarebbe d'uopo che non rimanessero dei segni colorati sulla scheda ma potessero essere spendibili, usati davvero in game.
2. non dovrebbe esserci il limite, posto a cinque pallini, per la Vera Fede di un mortale: rispetto a questa precisa caratteristica non può valere l'assunto, altrimenti corretto, che un mortale è più "debole" di un Cainita. Perché la Fede - detta anche, off game, la fede - non appartiene (soltanto o per niente) alla sfera psichica della persona (che si sa, in un vampiro è immensamente potenziata). Appartiene (soprattutto o soltanto) alla sfera spirituale, sul quale piano non sono ipotizzabili distinzioni. Si tratta qui per il Master di decidere se vuole proporre la caratteristica di Vera Fede come una potenzialità psichica - in un'ottica scientistica, materialistica e magari atea - oppure se, al di là delle proprie idee personali, vuole associare la Fede a ciò verso cui normalmente essa si rivolge: un "essere" di un qualche tipo che prescinde e supera le limitate facoltà di un essere umano, permettendogli quindi anche di reggere l'urto che la sua mente comunque sperimenta di fronte all'uso di una disciplina vampirica.
E viceversa ritengo che, entro il cuneo ristretto che la moralità Cainita suggerita dalla White Wolf lascia aperto, sarebbe splendido esplorare certi paralleli: le possibilità di pentimento, redenzione ed appunto fede - sì, un vampiro credente e praticante, dannazione, può esistere! - dei personaggi anche magari allargando quel cuneo. Saulot docet.


sfera
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venerdì, 15 agosto 2008, ore 04:16

Honey lay your head down, headdy down, head down,
Andras lay your head down just like mine.
Headdy down, headdy down, headdy headdy head down,
Dybbuk lay your head down just like mine.

(tratto da "Headdy down" di Woody Guthrie, con qualche modifica mia)

natalia mancini(opera di Natalia Mancini)

piccolo Uomo, con l'anima troppo grande in quel tuo bel corpo stretto. lasciati cullare.
sarò silente come la notte tiepida che ti avvolge, da me lontano;
e dolce come la tua più segreta carezza.



cecilia2day
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mercoledì, 13 agosto 2008, ore 22:31

Pane e fragole frullate, e poi il digiuno. Di Tisha BeAv ancora non ho parlato, mi ha preceduto il commento alla prossima parashah che già sento come un appuntamento quasi consolatorio.
Potrei raccontare di come mi sono arrovellata attorno al calendario per capire con esattezza le indicazioni date; ma ripiomberei nella paranoia e vi trascinerei con me: ora che mi sono chiare, passiamo oltre! Lascio poi a chi lo voglia trovare notizie più dettagliate sulla ricorrenza - non festiva - appena trascorsa.
Ciò che va senz'altro detto è che Tisha BeAv è la giornata conclusiva di tre settimane di lutto per il popolo ebraico: in questa precisa data (stando alle fonti) furono distrutti il primo ed il secondo Tempio di Gerusalemme, dai Babilonesi l'uno e dai Romani l'altro. Più delle cause, per quanto interessanti da vagliare, mi interessa riportare quanto dice il sito ufficiale della Giornata della Cultura Ebraica 2008 a proposito dell'antico Tempio e della principale e terribile conseguenza che la sua scomparsa ingenerò: "[il Tempio] era il centro spirituale e anche politico e religioso dell'ebraismo; la perdita del Santuario segnò anche la perdita di questo centro, oltre che l'inizio della diaspora".
Nonostante non l'abbia trovata citata in modo diretto a fianco di questi primi due avvenimenti storici, e degli altri ad essi associati in questo giorno perché, pare, avvenuti nella medesima data (su tutti la cacciata dalla Spagna del 1492); penso che la shoah faccia necessariamente e tristemente parte degli eventi per i quali in quest'occasione si debba lasciare il cuore a terra.
Può probabilmente considerarsi una follia, ma invece di far seguire il digiuno alla regolare osservanza del Sabato - pur limitata in alcune sue parti per la vicinanza appunto ad un giorno di lutto -, ho arbitrariamente deciso di digiunare il Sabato stesso, rinunciando persino all'accensione delle candele che, contrariamente alle altre benedizioni, era invece concessa. Allo stesso modo ho rinunciato alla lettura della Torah, anch'essa limitata nel giorno di Tisha al libro delle Lamentazioni. Ho preferito far così per dare priorità e compattezza ad una ricorrenza per me nuova e del tutto particolare, semplice forse da comprendere nella sua origine e logica ma non altrettanto da penetrare spiritualmente. Al carattere prevalente di sofferenza ho comunque, chiaramente, accostato i più spiccati caratteri del Sabato: l'astensione dal lavoro e la condivisione dell'unione familiare, quest'ultima mantenuta su toni miti piuttosto che festosi.
Una considerazione, assai realistica ancorché presentata in una forma poetica, che ci tengo a riportare appartiene a Rav Cipriani di Lev Chadash: "(...) Indipendentemente dall'idea che possiamo avere dell'epoca messianica, essere Ebrei significa essere come una corda di violino tesa all'estremo fra memoria e speranza". Mi rammenta che di fatto, sulle mie personali basi, di memoria ho sempre vissuto e della stessa, sempre, sono morta. Capire come fare spazio e offrire tempo alla speranza è adesso la sfida più mostruosamente difficile che abbia mai raccolto.
cecilia2day
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domenica, 10 agosto 2008, ore 14:44

Capita spesso - e devo dire che ne sono orgogliosa - che mi trovi di fronte ad un commento al quale saprei rispondere, ma mi accorgo di non volere: perché per quanto articolata la mia risposta resterebbe insufficiente. E decido pertanto di copiare il commento che mi ha "inchiodato" e di scriverci su un post a parte.
E' successo con Alexis più di una volta, è successo che riprendessi commenti di Marco o di gp o anche altri; adesso tocca ad Avgvst. Il quale spero non si senta così troppo esposto, giusto ora che è in lotta con il suo (adorabile) Ego! Ma è necessario.
A seguito di questo post, nel quale fra l'altro elencavo, letteralmente, alcune delle cose che cerco in un/a potenziale compagno/a; lui considerava:

Per quanto possibile - dico così perché l'individualità è uno dei più grandi misteri: com'è essere te, Cecilia? Mi è accaduto di porre a qualcuno questa domanda, suscitando la sorpresa e la divertita curiosità tipiche di chi, pur ammirando un pensiero bizzarro o originale, fondamentalmente lo giudica una vaga facezia, un divertissement logocircense tanto raffinato quanto privo di senso - nella misura del possibile, scrivevo, mi sento sulla tua stessa lunghezza d'onda.
Mi piace il tuo lucido lirismo, in grado di razionalizzare e al contempo di evocare intimamente la persona di cui hai sete. Eppure, devo dire, un pochino anche mi spaventa questa istantanea che porti nel plesso solare: perché - correggimi se ti fraintendo - vi leggo (in rifrazione, proprio come la discerno in me) una potenziale trappola, quella di una rigidità idealistica e autoreferenziale. Saper ascoltare le nostre esigenze è essenziale; consentir loro di renderci esigenti è invece pericoloso.
Probabilmente esiste al mondo solo una manciata di persone davvero capaci di accostarsi a un altro senza vomitargli addosso, più o meno discretamente, la propria proiezione di aspettative e desiderata, è umano e forse inevitabile. Tuttavia mi pare che il vero amore non faccia, piuttosto CI faccia prigionieri. A questo vorrei poter arrivare: riuscire a guardare una persona qualunque, il primo avventore in cui m'imbatto, senza pregiudizi, comparazioni e canoni, ma cogliendone istantaneamente la bellissima unicità. Non concedere la mia sciocca e spannometrica valutazione all'appetito delle mie infinite fami, alle mie liste di nozze (peraltro so che non è questo che intendevi), ma abbandonare la matematica delle misure per abbandonarmi all'(a-ma)tematica del libero dono.
A volte è bello entrare al cinema senza conoscere il palinsesto; o addentrarsi (deliberatamente!) in una via di cui non si conosce la meta; o accostarsi al fuoco senza pretendere di sapere già quanto calore emani.
Anche il previdente e calcolatore intelletto, a onta di tutte le sue validissime ragioni, talora può aver torto.
Lasciamoci stupire.

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Parole così appassionate non chiamano una risposta "punto per punto", ma un libero, seppur ordinato, vagare. E allora...

... com'è essere me? Ne posso naturalmente dare solo un'idea approssimativa, più simile ad un'immagine su tela che ad un'impronta sul terreno.
Lucido lirismo: questa espressione mi ha colpito a fondo, mi ha resa felice. Per una ovvia soddisfazione personale, che non disdegno; e soprattutto perché mi ci sono riconosciuta.
Ciò che più mi ha ferita, negli anni lontani e vicini, è sempre stata la "non accettazione". Non parlo di accettazione del mio modo di essere e vivere, dell'essere approvati e integrati socialmente. Parlo di chi ha l'ardire, o semplicemente la capacità, di chiedermi "chi sei?"; ma poi non sa reggere il peso della risposta, e la rifiuta. Parlo della comprensione delle cose - e delle persone! - per come sono. Il confronto, lo scontro, la sintonia e le dissonanze; queste sono tutte cose che seguono.
Più genericamente, e forse più chiaramente; potrei dire che non sopporto chi mi fa domande su me stessa e su cose a cui, onestamente e realmente, soltanto io posso dare risposta - con la voce, con le azioni - ma non accetta e non crede a quanto gli viene detto.
Non è questione di contesti: non mi  è difficile accettare che quanto dico o scrivo possa venir frainteso, nè che possa non piacere oppure l'evidente fatto che al mondo non si può certo pretendere di capirsi l'un l'altro tutti quanti. Non mi andrebbe nemmeno, non lo vorrei un mondo così.
Non è questione nemmeno di ricordare quanto l'essere umano sia fallace, il cervello ingannevole e la nostra conoscenza - endo- ed esodiretta - limitata. Lo si sa. Ciò non nega però il valore di quel monito, latinamente "scite te ipsum" o alla greca "gnosi seauton" che dir lo si voglia: conoscere se stessi non è un atto impossibile nè tantomeno vano. Bisogna definire un indefinito "come" conoscersi; ma tant'è. Sfido chiunque a non incazzarsi o sentirsi a disagio immaginando che vengano irrise le più elementari conoscenze che abbiamo su noi stessi.
Se una persona, conosciuta o meno, vi chiedesse: "qual'è il tuo gusto di gelato preferito?", e dopo che voi glielo avete svelato; replicasse che non può essere vero, che non è convinta, che voi credete che il gusto sia quello, ma in realtà è un altro, e ve lo può indicare lei... cosa pensereste?
E non mi si dica che un gusto di gelato non è paragonabile ad altre personali caratteristiche o volontà: le distinzioni e le discussioni in merito sono più che legittime, ma non giustifico - tanto per fare un esempio concreto - un uomo che proietta limiti e paure tutti suoi sugli altri; dichiarando con durezza che non posso trovarmi bene ad abitare con lui in una modalità "provvisoria", senza nemmeno una stanza mia, quando sono stata io stessa a volerlo.

Tutto questo mi è essenziale esternarlo e riaffermarlo, ma sia chiaro: non sto controbattendo direttamente nè tantomeno personalmente ad Avgvst: sto buttando giù pensieri che le sue parole hanno acceso.
E dunque, chi sono io, ancora non l'ho detto.
Io sono un essere leale. In ogni senso. Mica per niente sono una Gangrel fiera di esserlo.
Io sono una persona indubbiamente intelligente - non intendo autoglorificarmi, ma svilirmi sarebbe sintomo di una palese falsa modestia - e al tempo stesso sono una persona che ha poche necessità, bisogni più interiori che materiali e profondi sì, ma molto semplici. Sono insomma una persona (piacevolmente, dicono) complessa, ma altamente adattabile e alla quale per contrasto per vivere bene serve sol-(tanto) la presenza nell'altro di alcune precise qualità spirituali ed intellettuali, più prosaiche che auliche.
Azoy iz es: così è.
Cerco anch'io una "persona qualunque", il mio "primo avventore" o "primo prossimo": non del tutto a caso, d'accordo, ma nemmeno con la lista della spesa o di nozze che sia in mano, come giustamente notava il mio prezioso lettore.
E quando scrivo "qualunque" intendo proprio qualunque: ho delle preferenze, ci mancherebbe altro, ma una sola cosa travalica il ventaglio della preferenza per diventare una vera e propria eventuale discriminante dei miei incontri: la disabilità. Non l'aspetto fisico, rispetto a quello non ho blocchi nè limiti particolari. La disabilità invece me ne pone uno, che se non è un muro altissimo di cemento è senz'altro un muro di mattoni discretamente arduo da valicare per me: mi sarebbe ben difficile fare coppia con una persona con disagi-disturbi a livello psichico (capisco che il termine possa incutere paura, ma un problema psichico non è necessariamente invalidante e chi ne soffre non è per forza recluso nella propria mente o alienato da essa!). Un po' meno lo sarebbe stare con una persona con problemi fisici (ma anche qui, molto dipende dalla tipologia di tali problemi: essere mutilati non è lo stesso che essere distrofici). Via libera, infine, ai disabili sensoriali. Tutto questo, principalmente, a causa del mio vissuto che non sto qui a dipanare.
Ho parlato volutamente della disabilità in termini anche un po' taglienti, se vogliamo, non perché io pensi di potermelo "permettere" dal momento che ci lavoro - non è così -; ma perché mi irrita e ferisce la cautela esagerata e pruriginosa ben di più dello scherno mostrato apertamente e degli schiaffi in faccia.

Passando oltre, però, devo proprio dire che un'ipotetica "lista di nozze" mi piacerebbe quasi quasi stilarla.
Indicando appunto le mie suddette preferenze, da quelle più venali a quelle meno che però sempre preferenze e non caratteristiche irrinunciabili rimangano.

Penso purtroppo di essere in buona compagnia se affermo, come dicevo appena ieri anche ad un rumeno incapace di suonare il violino che ci provava con me, che in giro "ci sono pochi Uomini". Notare la maiuscola, prego. E d'altra parte, anche se suonerà un po' stantia e "luogo-comunesca"; perché evitare di scrivere una verità?
Cosa è che fa l'Uomo, allora, mi chiederete?
Da parte mia ci metto che l'Uomo, vagamente ma seriamente parlando, ha le palle. Sa stare al mondo. A modo suo, nei suoi infiniti modi. Ma ci sa stare. E ciò significa in primo luogo che ha coscienza di chi è e di cosa vuole, che se ne assume le responsabilità; e poi che, fragile o forte che sia di fronte al mondo stesso, fa quel che gli è possibile per viverci bene. Ripeto: quel che gli è possibile, perché è un uomo, perché al massimo è un super-uomo diverso da Superman ma anche da Zarathustra, più che altro è un Magus che sa rendere reale il proprio potenziale. Senza scusarsi, senza ritrarsi e scappare, ma soprattutto senza strafare.
In pratica, ho detto tutto e non ho detto un cazzo. Come al solito.
Però la "lista di nozze" la voglio proprio fare.
Ed anche riprendere il post da cui questo ha avuto origine, per meglio spiegare ogni voce del mio elenco di... Voglio.

can you end the way
cecilia2day
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