Per uno degli ultimi post "a tema", nel quale rimarcavo una volta di più la mia necessità di capire
quanto a fondo è necessario che io vada e mi collochi rispetto al credo ebraico; Alexis ha lasciato questo commento: "
questo discorso mi incuriosisce parecchio... mi piacerebbe sapere cosa ti fa sentire vicina a questo credo, se è un'innata spinta dello spirito, una sorta di vocazione, o se ciò è frutto di anni di studio su se stessi e sulla propria spiritualità!". Ed io così le rispondevo: "
... ti posso dire subito che tanto la vocazione quanto lo studio hanno concorso nel portarmi dove sono ora. e ti posso anche dire che senza la fede in se stessa, lo studio avrebbe avuto un immenso valore - però quasi "soltanto" culturale".
Rileggendo la mia risposta, però, in prima battuta ho sentito che
qualquadra non cosava. Cose sottili. E cioè: mi pareva di aver - giustamente - posto la fede ad un livello non tanto più importante, ma
diverso da quello assegnato allo studio (studio in senso stretto e ricerca in senso lato). Penso sia ovvio a tutti quanti che, senza fede, non si arriva in ogni caso ad abbracciare un determinato credo, che sia per conversione o meno. Abbracciare realmente, per convinzione; tralasciamo qui le abitudini, formalità, scelte dettate da motivazioni pratiche o convenzionali. E però non bastava. Perché anche se lo studio, per quanto illuminante possa rivelarsi, senza fede non conduce all'appartenenza religiosa; quel mio "soltanto" mi turbava. Gli ho perciò piazzato un "quasi" davanti, e me ne sono andata a fare la doccia.
E per tutto il mio quarto d'ora di doccia non ho avuto pace. Ero convinta d'aver detto una mezza verità, ma volevo capire dove stava l'errore, la mancanza.
L'errore sta qui: sempre senza venir meno all'assoluta necessità ed "imparagonabilità" della fede, lo studio per me non è stato negli anni solo uno strumento efficacissimo di ricerca e di orientamento spirituale. Non me ne sono servita in maniera razionale, ma in maniera passionale: pure se quest'affermazione può sembrare un paradosso,
l'uso dell'intelletto e le sue produzioni concrete rappresentano per me non un mezzo bello eppure insensibile di conoscenza, ma piuttosto un cuore pulsante che apre una via elettiva verso il divino.
Mi rendo conto che il discorso è scivoloso, e che non so se sono poi in grado di spiegare come si deve la mia idea: perciò, a scanso di equivoci,
ribadisco che non penso che l'intelletto possa, da solo e come "primo attore", condurre a d-o, manco per sogno.
Penso invece che, se voglio essere sincera - ed io lo voglio e devo - nel ripercorrere la strada che mi ha portato qui; bisogna che dichiari e guardi dal di fuori, magari con il vostro contributo, questo mio "pensare d-o". Che non corrisponde alla classica domanda filosofica sull'esistenza e sull'essenza del divino, ma va già oltre, e diventa una modalità sì di "conoscenza" (per quel che ci è possibile) ma soprattutto di
contatto con una divinità della quale io ho definitivamente accettato l'esistenza e la "sovranità", direi.
Prima ancora di utilizzarlo coscientemente e scientemente per capire quale valore avesse il credo ebraico per me, dunque,
io ho utilizzato lo studio per sentire d-o. Per avvicinarmici al di là delle sue esplicitazioni nella religione,
in senso emotivo e spirituale.
Cose tanto diverse non sono per natura contrapposte ed inconciliabili, ma sono al contrario comunque unite direi più in osmosi che per complementarietà.
Ricordo la mattina del 2003 in cui detti l'esame di maturità - un esame bufala, ma questo è un altro tristo discorso.
Il fatto in sè che abbia prestato ben poca attenzione al ripasso della Repubblica di Weimar - argomento che fra l'altro mi ero scelta io e mi piaceva un sacco - rispetto a quella concessa al trattato di Laras "riassuntivo" del pensiero filosofico di Maimonide ed al cappuccino con brioche (in quest'ordine) non significa nulla; lo so.
Significa qualcosa però, forse, il
piacere che ho provato in quella lettura.
Un piacere, ovviamente, non riconducibile soltanto alla soddisfazione intellettuale di capire 8 concetti su 10 (dopotutto non era Maimonide stesso, ma un saggio riepilogativo e chiarificatore). E nemmeno alla sola curiosità per i nuovi temi che stavo scoprendo. E nemmeno... vabbeh, ci siamo capiti.
Il piacere era primariamente
intimo, legato ad un moto istintivo ed incontenibile che a parole tradurrei così: "
ci sono! casa! capito! funziona! eccomi, ecco cosa sono e a cosa servo". Sentimenti non per forza e soltanto nati dalle idee specifiche del pensatore in questione, ma anche e soprattutto da un più indefinito humus del quale erano impregnate e nel quale mi facevano a mia volta sentire immersa.
La chiamerebbe "ebraicità", qualcuno. Il termine non mi dispiace. Ma niente disquisizioni linguistiche, per ora, che già la sto facendo lunga.
Senza scadere nel luogo comune, e senza aprire parentesi graffe sul fatto che in ogni luogo comune c'è (quasi) sempre un principio di verità nemmeno tanto fondo; si può dire che il mondo ebraico fa affidamento e leva in una misura enorme sullo studio. Sullo studio (e dire "studio" è differente dal dire "conoscenza"), sulla parola - verbo, sulla legge scritta e le sue intepretazioni.
Non dal nulla nasce questo witz:
Un goy disse a un rabbino: "Io mi faccio ebreo se tu mi mostri, almeno in sogno, il paradiso di Israele, per vedere se mi va bene". Il rabbino accetta, e, in sogno, lo accompagna, attraverso sentieri aspri e fangosi, fino a una capannuccia dove c'è un vecchio emaciato che, al chiarore di una lucernetta, legge un immenso libro. Il rabbino dice al goy: "È rabbi Aqivà, ed è in paradiso". "Ma come" - replica il goy - anche in paradiso deve studiare, e per di più in queste condizioni?". La guida replica: "Sì, ma vedi, questo è il suo premio: adesso capisce quello che legge".

(
opera 179 di Furio Galli - qui)
E già che ci siamo, sarà bene esprimere anche un concetto talmente ovvio da venire, talvolta, scordato:
l'attrazione e l'amore, diciamo così, che si possono provare per una determinata cultura (più spesso che per un culto) ed il senso di appartenenza a quella stessa cultura o a quel culto non sono la stessa cosa.
Si possono "corteggiare" ed "acquisire", anche per il corso di tutta una vita: una tradizione, una cucina, una danza, una filosofia, un modo di esprimersi, uno stile di abbigliamento, una lingua, una corrente poetica, una rappresentazione del divino.
E si può, inversamente, conoscere poco ed applicare poco una tradizione con tutti gli annessi e connessi, e tuttavia percepirla nelle proprie profondità in qualità del suo senso profondo.
Amo la
danza cosiddetta del ventre, ma non mi riconosco nei culti che l'hanno originata. Ne condivido uno degli originari intenti: la celebrazione ed attivazione della sacralità femminile; ma lo modello in una diversa ottica monoteista e non politeista, moderna e antica insieme, personale. Nella danza trovo un'espressione di me stessa che mi appartiene in pieno, ma caduti i veli e terminate le figure io non sono nè egiziana, nè musulmana, nè danzatrice.
Gli
specchi che mi riflettono sono altri: la carta stampata, la menorah accesa, un flacone di profumo per metà pieno passato di mano in mano.
Ho trovato il mio centro, ma non mi sento proprio completa.
Non so nemmeno io come faccio, e se sia vero e non un'illusione, a sentirmi non soltanto figlia legittima di un credo scoperto inizialmente "per caso", ma anche (in un modo poco definibile ma ineludibile) appartenente ad un popolo che non è il mio, nè per fisicità nè per tradizione.
Eppure la cosa sta lì, non davanti a me ma
dentro di me.