giovedì, 04 settembre 2008, ore 14:29

Leggere Alda Merini di prima mattina temo che mi sbatterebbe parecchio.
Ma di pulirmi la mente ho bisogno, questo sì.
In particolare necessito di quel silenzio ascetico che alla fine non sono riuscita a piazzare, presto quanto avrei voluto, in agenda.
Lavoro sul silenzio quotidiano, altrettanto rilevante.
Ma in questo momento è un altro genere di silenzio che mi preme ancora di più, forse perché me lo sono fatto mancare troppo a lungo: semplicemente il temporaneo distacco da ogni cosa che appunto permea il quotidiano di una giornata vissuta nel mondo.

silenzio
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lunedì, 01 settembre 2008, ore 18:40

" (...) la preghiera (...) è precisamente l'atto più virile che l'uomo possa compiere ".
[Enzo Coffani, il testo e la frase interi qui].

Ripescaggi di lontani viaggi.
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lunedì, 01 settembre 2008, ore 15:45

... è il tempo dei piccoli passi.
Ho iniziato e sospeso i discorsi sui sistemi "massimi" - la conversione, il noachismo - e fatto due brevi passi indietro.
Tocca ai sistemi "minimi", quelli piccoli e basilari.
A sistema minimo corrisponde ampio passo in avanti.
Al sistema minimo corrisponde l'esoterico, non a quello massimo.
E di sistemi minimi è composto il mosaico magico.
Il resto si ricomporrà da sè, poi, senza che lo insegua: ma adesso è il tempo dei piccoli passi.
cecilia2day
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domenica, 17 agosto 2008, ore 19:12

Non ricordavo, finché non ho cercato una certa informazione in rete, che fosse esistita la setta eretica dei Cainiti o Caianiti. Di fatto, è stata una setta talmente sfigata che fatica persino a farsi memorizzare. Il nome della stessa però, scelto od imposto che sia (è più probabile la prima ipotesi) ha funzionato per me come uno specchietto per le allodole: non cercavo infatti alcuna setta eretica ma piuttosto i gruppi (di potere ma anche no) che, in Vampiri: the Masquerade indagano e/o contrastano le attività della società Cainita e di altri esseri cosiddetti "soprannaturali", legati alla Chiesa Cattolica o meno.
Nel corso della ricerca mi sono imbattuta poi anche in un'altra pagina, inutile a rintracciare i nomi dei tre principali gruppi succitati (che poi sono la Società di Leopoldo, l'Arcanum ed un terzo ignoto); ma che a causa di un paio di passaggi del testo mi ha fatto riflettere e riportato per l'ennesima volta alla mente un vecchio discorso che mi sta a cuore a proposito del gioco di ruolo.
Nella pagina in questione, dedicata all'arcivescovo sabbatico Monçada, viene detto che: dopo aver sostanzialmente agito come uno dei peggiori esponenti di quel cattolicesimo dedito all'acquisizione del potere temporale che nel Medioevo ha raggiunto la sua massima espressione, "l'uomo di Chiesa, protetto dalla Fede e dalle mura del Monastero [di Madrid], riuscì a evitare l'Abbraccio per più di un decennio". Ed anche: "Protetti dalla loro Vera Fede Monçada e i suoi seguaci continuarono a gestire parte dell'Europa occidentale".
Ora, a me non frega nulla di discutere del fatto che la Santa Romana Chiesa Cattolica Apostolica Eccetera fosse più o meno corrotta eccetera; o di quanto è fico Monçada. A me interessa notare che si adduce la riuscita del suo evitare i contatti con i Lasombra alla Vera Fede. Al che mi domando: ma che razza di fede sarebbe quella di un uomo che vive sbattendosene altamente di ciò che è comandato dal proprio dio? Significa che devo intendere il concetto di "Vera Fede" meramente come una credenza, convinzione nell'esistenza di una determinata divinità, slegata dai legami con la realtà - e soprattutto, indipendente dal comportamento e dalle azioni concrete del personaggio?

Non è che la domanda primaria, ma altre ce ne sono. Prima di tutto voglio controllare cosa "sta scritto" sul "sacro" manuale base di V:tM. Andiamo a vedere. Innanzitutto, la definizione di Vera Fede, che è una caratteristica particolare e non una disciplina, recita così: "La Vera Fede è una caratteristica speciale che solo pochi possiedono nel Mondo di Tenebra. Sebbene molti mortali siano più o meno credenti nell'esistenza di un potere o di uno scopo superiore, solo pochi possiedono la bruciante convinzione che detta forza li possa proteggere da creature come i vampiri. Mentre molte leggende raccontano che i Dannati provino una repulsione per le croci e simili, la Fede si può manifestare in qualunque forma religiosa. Un ebreo devoto potrebbe essere in grado di vincere un vampiro con la sua Stella di David o un taoista potrebbe farlo intonando speciali preghiere, ma un cristiano senza la Vera Fede non potrebbe fare nulla, anche con un crocifisso tra le mani. questa Fede non aumenta necessariamente con l'esperienza. Può certamente crescere con il tempo, ma è più una questione di convinzione e forza della mente. Non si tratta nemmeno di qualcosa che proviene da fuori, da un qualche dio o angelo. A prescindere dal fatto che le convinzioni di questi individui siano corrette o meno, esse sono talmente forti che li proteggono dai non-morti. A discrezione del Narratore, la Fede può aumentare o diminuire, riflettendo le convinzioni e lo zelo religioso della persona".
In questo brano vi sono due interessanti informazioni.
La prima costituisce più o meno la risposta ai quesiti posti più sopra. E' vero, infatti, che è la convinzione che una determinata forza esista ed agisca in suo aiuto, a creare una difesa effettiva e reale che "scherma" il personaggio dall'influenza di un vampiro. E' però altrettanto vero che, proprio sul termine, si indicano la convinzione ed anche lo zelo religioso come fautori di tale difesa.
Non occorre parlare oltre di Monçada: non v'è alcun dubbio che sia stato in vita e sia in non-vita estremamente credente. Ma quanto devoto? E soprattutto, quanto coerente con i principi del dio scelto come proprio?
Una seconda informazione è data dal rimarcare lo stato di dannazione entro il quale conducono la loro esistenza i Cainiti. Come in una qualunque società mortale, anche in quella Cainita abbonda la varietà di teorie e convinzioni personali in merito alla propria origine. Non tutti i vampiri necessariamente credono di discendere da Caino nè tantomeno che la propria condizione derivi dall'antica maledizione che si narra essergli stata imposta; specialmente se si tratta di vampiri abbracciati in epoche recenti. Tuttavia nel quadro più ampio del gioco è esattamente questa l'origine stabilita e proposta dagli autori del gioco stesso come valida - sempre entro i confini della speculazione intellettuale e ludica. E di conseguenza, quale che sia la posizione del singolo giocatore - personaggio in merito, non può da questo non nascere un proficuo conflitto tra una certa scala di valori mortali che attengono ed appartengono alla sfera religiosa in particolare ma non solo, e la scala di valori / obbiettivi - per lo più strettamente individuali, talora strutturati ed identificati nei "sentieri" - concepibili da un vampiro.
Pensando poi al dato di fatto che, chi più chi meno, i Cainiti si caratterizzano imprescindibilmente e si differenziano dai mortali (dai quali in ogni caso hanno origine) anche attraverso il loro scarso o scarsissimo livello di moralità, di socialità e solidarietà come normalmente le intendiamo; va da sè che "i Cainiti non hanno di solito punteggi in questa caratteristica, in fondo si considerano i Dannati. Riflettete molto, molto attentamente prima di concedere ad un vampiro tale potere".

A proposito di personaggi mortali, vi è poi un appunto che mi porto dietro da tempo concernente ancora la Vera Fede. Posso comprendere che si tenda, nei gruppi che giocano di ruolo Vampiri, a non considerare quasi per nulla i mortali - se non come pedine delle proprie macchinazioni personali. D'altra parte, le variabili di gioco e le impostazioni che ogni Master può dare alle cronache sono innumerevoli ed immense; ma in linea di massima si gioca a "Vampiri", e non a "Second Life". Ritenere, però, che inserire e giocare personaggi mortali non abbia scopo è a mio parere un errore cruciale.
Si pensi pure che lo affermo per tirare acqua al mio mulino, dacché io di personaggi mortali me ne sono creata ben due e vi sono estremamente affezionata. Non ho il potere di impedire a qualcuno di pensarlo (a molti?). Ma io intendo fare un discorso, letteralmente, di meta-sistema di gioco, ed almeno qui ne ho tutto il diritto.
Io ritengo che:
1. la Vera Fede dovrebbe essere una caratteristica perfettamente in grado di contrastare i Cainiti, nei modi e limiti descritti dalla stessa pagina del manuale base al capitolo "Le Regole". La misurazione dei "pallini" e la loro concessione col contagocce ha anche la fondamentale funzione di contenere e scremare gli inevitabili power-players. Ma, una volta che siano stati assegnati, sarebbe d'uopo che non rimanessero dei segni colorati sulla scheda ma potessero essere spendibili, usati davvero in game.
2. non dovrebbe esserci il limite, posto a cinque pallini, per la Vera Fede di un mortale: rispetto a questa precisa caratteristica non può valere l'assunto, altrimenti corretto, che un mortale è più "debole" di un Cainita. Perché la Fede - detta anche, off game, la fede - non appartiene (soltanto o per niente) alla sfera psichica della persona (che si sa, in un vampiro è immensamente potenziata). Appartiene (soprattutto o soltanto) alla sfera spirituale, sul quale piano non sono ipotizzabili distinzioni. Si tratta qui per il Master di decidere se vuole proporre la caratteristica di Vera Fede come una potenzialità psichica - in un'ottica scientistica, materialistica e magari atea - oppure se, al di là delle proprie idee personali, vuole associare la Fede a ciò verso cui normalmente essa si rivolge: un "essere" di un qualche tipo che prescinde e supera le limitate facoltà di un essere umano, permettendogli quindi anche di reggere l'urto che la sua mente comunque sperimenta di fronte all'uso di una disciplina vampirica.
E viceversa ritengo che, entro il cuneo ristretto che la moralità Cainita suggerita dalla White Wolf lascia aperto, sarebbe splendido esplorare certi paralleli: le possibilità di pentimento, redenzione ed appunto fede - sì, un vampiro credente e praticante, dannazione, può esistere! - dei personaggi anche magari allargando quel cuneo. Saulot docet.


sfera
cecilia2day
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giovedì, 07 agosto 2008, ore 14:17

Un koan buddhistico dice: "Il maestro tiene a lungo sott'acqua la testa del discepolo; poco a poco le bollicine d'aria si diradano; all'ultimo momento, il maestro tira fuori il discepolo e lo rianima: quando desidererai la verità come hai desiderato l'aria, allora saprai cos'è".

L'assenza dell'altro mi tiene la testa sott'acqua; poco a poco, io soffoco, la mia aria si fa più rarefatta: ed è attraverso quest'asfissia che io ricostituisco la mia "verità" e preparo l'Intrattabile dell'amore.

Così Roland Barthes nel suo "Frammenti di un discorso amoroso" del 1977.
Ed anch'io sono piuttosto a corto d'aria, da diverso tempo, con quelle rare eccezioni che rappresentano una brevissima riemersione sopra il pelo dell'acqua e che però, terminando, spaccano i polmoni con il rinnovato dolore della mancanza.
Il mio "intrattabile dell'amore", il non commerciale nè in nessun senso cedibile è certo ancora in lavorazione, nè mai - come tutte le cose serie - sarà finito prima che io stessa sia finita in questa mia attuale forma.
E' però sempre più marcato, ed a tratti e a lampi mi appare.
C'è qualcosa. Immagini prima, e poi sensazioni: qualcuna fugace, ma qualcuna - ed è soprattutto a queste che mi riferisco - più solida e persistente, che si deposita sul mio fondo ovunque esso sia.

eclisse di sole - anna bellini("Eclisse di sole", di Anna Bellini - qui)

Ed una necessità, che più che egoistica pare a me essere al di là degli egoismi di ogni tipo, benefici e malefici che siano e li si intenda. Necessità di amare profondamente e non vanamente, di essere amati di quella perfezione concreta e salda che è l'inverso dell'idealità utopica.

Ci sono poche cose che desidero, cose tremende e grandissime. Cose che, al solito, possono essere soltanto così. E per di più mi sto riconfermando costituzionalmente inadatta a percorrere strade diverse - se non come per un gioco che duri poco, perché sa tutto l'universo che non è quello il mio gioco -.

Cose tremende e grandissime, dicevo, e persone fatte nello stesso modo.
Forse sono diventata troppo chiusa, o troppo umile, o persino labile nei miei contorni?
Forse; anche se sono ancora me stessa e lo sono meglio di prima.
Ma per questa ragione diventa più difficile trovare qualcuno che mi trovi.

Perché voglio quel che voglio e non posso farne a meno, e non per scelta.
Voglio un Uomo o una Donna, che nei tratti del carattere e del vivere ricreo identici sulla mia tela.
Voglio un calore che non sia occasionale ma diffuso e costante; che venga dal suo corpo, dagli animali che avremo, dal fuoco che arde nel camino e dalle candele accese ogni giorno, dal sole del pomeriggio e da quello che principia la sera, dall'esserci.
Voglio una casa che sia fatta in qualsiasi modo; ma che sia piccola, accogliente e comoda, e nostra.
Voglio che sappia camminare e che rispetti la terra su cui cammina, che sappia riconoscere dov'è il mondo reale e dove quello costruito, e ami la notte quanto il giorno e non pretenda di dominarli.
Voglio che sappia parlare e che insegni a me a tacere.
Voglio che sappia resistere e che sappia correre; c'è da correre. Voglio che non abbia paura di correre e di insistere, e che lo faccia per come gli è possibile.
Voglio che ci dia figli e figlie.
Voglio che capisca lo shabbat, e che lo viva come è nella sua natura farlo. E che creda a quel che c'è da credere, anche senza specificare cos'è.

Per cominciare.

gli sposi sul gallo - marc chagall("Gli sposi sul gallo", di Marc Chagall)
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martedì, 29 luglio 2008, ore 09:31

Avendo (ri)cominciato da poco a scrivere la parola "dio" omettendone la vocale centrale, volevo provare a spiegarne il perché - preciso che, comunque, in parte anch'io devo ancora comprenderlo.

Due sono le cose che saltano all'occhio: il trattino che sostituisce appunto la "i" centrale, e l'iniziale minuscola.

Motivare la presenza di quel trattino è molto, molto semplice: è sì una forma di rispetto per dio, ma non legata al divieto di pronunciarne il nome. Infatti la parola "dio" proviene da "deu", di origine indoeuropea, che significa "luminoso". Non è quindi assolutamente un nome proprio, nè un appellativo. Certamente nella comunicazione quotidiana anche questo termine comune, per l'uso fattone e per l'importanza attribuita all'entità alla quale si riferisce, viene investito di un valore diverso. E' un valore non esoterico e di sostanza, ma piuttosto essoterico e traslato.
Lo scopo di quel trattino è quello di ricordare e rappresentare graficamente il carattere di ineffabilità di dio.

Differente discorso va fatto in merito alla minuscola. Perché scrivere una parola così importante con una minuscola, in controtendenza con l'abitudine più diffusa?
Non si tratta, naturalmente, di una scelta di anticonformismo. Fra l'altro, sento di non avere chiare nemmeno io tutte le motivazioni per cui la scrivo così.
Comunque sia, ecco cosa dicevo qualche settimana fa ad un contatto: <<ogni tanto rifletto sul fatto che ancora, anni dopo aver abbandonato una visione puramente materialistica della vita; scrivo la parola "dio" rigorosamente tutta in piccolo. In realtà, trascorsi atei a parte, per scelta la sto mantenendo scritta così anche ora. Perché graficamente mi da la sensazione d'essere più compatta e più pregnante; e perché in aggiunta sento che di quella maiuscola (che in fondo appartiene a così tanti altri nomi da perdere di valore) non ha bisogno. E' un paradosso, ma un bel paradosso per come lo vedo io>>.
A questo aggiungerei un indizio particolare e quasi ridicolo in tale contesto, ma tuttavia di gran peso: io possiedo un tratto ossessivo, non marcato al punto da considerarmi fuori di testa ma che ogni tanto mi rende la vita difficile, specie se mi imbatto in un dettaglio estetico che non mi piace. E perciò, per farla breve, la "d" maiuscola è sparita a suo tempo anche perché non ne sopporto la vista... occhei, non esageriamo: diciamo che non mi piace come appare, anche se certo, la "q" maiuscola non la batte nessun'altra lettera. quella mi fa proprio proprio proprio schifo.

And that's all, folks! icon_smile
cecilia2day
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lunedì, 28 luglio 2008, ore 21:09

Oggi pomeriggio, a casa di Anonima Bresciana, mentre lei telefonava io curiosavo come faccio spesso fra i suoi libri, libretti, riviste, cd, dvd, manuali, book fotografici, quotidiani, pubblicazioni di millemila tipi.
Mi sono così imbattuta, fra le altre cose, in un libercolo (il denigrativo è voluto) di presentazione dei Testimoni di Geova. Nulla che non avessi già visto, sentito o letto; certo.
Ma non mi interessa ora - nè credo mi interesserà mai - parlare dei TdG. Ciò che mi interessa è approfittare di quanto ho letto sulla trasfusione di sangue per dire la mia.

gggf
Per farla breve, vi si diceva che, per essere in accordo con la legge mosaica e seguire il precetto di non spargere sangue, è necessario evitare anche di farsi trasfondere sangue altrui; e questo anche nel caso la trasfusione venga suggerita per necessità di salute o per un'emergenza che ponga il soggetto a rischio di morte.
Non so dire cosa indichi l'ebraismo al riguardo, nello specifico, ma due parole attorno al tema le posso spendere.
Il capitolo dedicato al sangue del citato libretto motivava, molto semplicemente, questa scelta spiegando che: come è vietato dalle norme alimentari ebraiche assumere il sangue dell'animale della cui carne ci si voglia cibare - in quanto il sangue è vita -, allo stesso modo immettere sangue altrui nel proprio corpo equivarrebbe all'assunzione di una vita che non ci spetta.
Il confronto con l'alimentazione mi ha condotto ad una prima, semplice ma non ovvia, considerazione: è vero che la Torah vieta di assumere sangue di qualsivoglia tipo, ed indica come nutrimento destinato all'uomo la carne degli animali permessi, e solo la carne (ed una parte delle interiora). Ma è altrettanto vero a mio parere - basta usare la logica, non occorrono profonde interpretazioni - che tra l'esempio del nutrimento con carne animale e l'esempio della trasfusione (entrambi chiari passaggi di materie appartenenti ad altri esseri viventi) intercorre una sostanziale, enorme differenza: in un caso la creatura perde integralmente e definitivamente la propria vita fisica, nell'altro ciò non accade affatto. Nella mia ottica, ciò comporta una rilevante conseguenza: con la trasfusione una persona riceve - da un donatore volontario - una "frazione" di vita che non gli appartiene. Una vita, però, che non viene lesa nè tantomeno sottratta integralmente; e che, anzi, rigenera e si autorigenera e continua a sussistere identica a prima. Mi pare questa, più che una sottrazione, una valorizzazione del valore del sangue. Dici poco...
... inoltre, per l'appunto, si tratta di una donazione cosciente e non imposta. Dettaglio non trascurabile direi; che rafforza ulteriormente la necessità di subordinare l'arbitraria sottrazione della vita animale da parte dell'uomo a rigorosi e rispettosi criteri.
Una seconda considerazione nasce poi dalla controversa specifica sulla "situazione d'emergenza". L'autore - posto che fosse uno solo - del capitolo dichiarava che sarebbe un atteggiamento errato essere più attaccati alla vita fisica, per altro non di nostra esclusiva... "proprietà" - qualora si creda in questo principio - piuttosto che all'obbedienza ai precetti divini. Che dire? Sono perfettamente d'accordo. Però.
Però, anche se la vita fisica non è quanto abbiamo di maggiormente importante e valevole; è un abominio peggiore averla in spregio che non esservi eccessivamente legati. E certo su quell' "eccessivamente" si potrebbe discutere sino all'arrivo del messia, ma in questo contesto non occorre. Il corpo fisico non deve trasformarsi in un idolo, ma: corpo, materialità, vita fisica e sensoriale sono "cose buone". Davvero, sta scritto! Eccheccazzo.
E sì, anche il cazzo è cosa buona, ed il sesso, ma non ditelo troppo in giro che poi sembrate meno "santi" :p Il corpo è un tempio: permettere che ospiti ed accolga la vita di altri uomini non può essere, in sè, considerato sbagliato. Dovremmo in tal caso rigettare anche lo sperma maschile: come i liquidi sessuali generano vita, così fa il sangue.
Tornando al trovarsi in una situazione che potremmo, usando un'espressione popolare e perfettamente calzante, definire "di vita o di morte"; non posso che riferire quanto si dice a proposito dello shabbat: mentre violare o interrompere lo shabbat per motivi futili o comunque non strettamente necessari è fuori discussione, farlo per:
soccorrere una persona che si senta male o abbia bisogno di aiuto,
evitare un pericolo per la propria persona,
oppure impedire se possibile la trasgressione di un precetto - magari dello stesso sabato! - non è soltanto consentito... è comandato
.

Detto questo, pensando di recente all'eventualità in cui il personaggio della mortale ebrea che ho creato per Vampiri (della quale accennavo vagamente qualcosa qui) venisse "abbracciata" e resa una Cainita, ovvero una vampira; ho tratto l'inevitabile conclusione che si lascerebbe - mi lascerei - morire.
Perché, chiaramente, si rifiuterebbe di nutrirsi del sangue di esseri viventi, umani o animali che siano; nonostante la possibilità di - anzi, costrizione a - cibarsene senza doverli uccidere.
In un primo momento mi è venuto spontaneo pensare che tenterebbe di suicidarsi: per l'orrore dell'essere diventata una figlia di Lilith e per appunto scongiurare di incorrere in una colpa tanto grave.
Ma, a parte che con tutta probabilità il suo sire la farebbe sorvegliare e in ogni caso le renderebbe impossibile il gesto; anche il suicidio sarebbe un versamento di sangue e di vita.
Opportuno e splendido appare, in questo senso, il paragone terminologico tra "vita" e "vitae", poiché con quest'ultimo si designa il sangue quale fonte della prima. Letteralmente, per un Cainita. Slurp.
cecilia2day
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domenica, 27 luglio 2008, ore 13:04

Rispondendo ad Alexis, che commentava questo post, dicevo di conoscere l'ebraismo, pur non essendo in contatto diretto e continuativo con una comunità, in maniera piuttosto concreta e non astratta, falsante.
E' effettivamente così, e tuttavia del suo commento riporto una parte che, prescindendo dalle considerazioni specifiche fatte nel post, ha in sè un grande valore che ho potuto sperimentare e riconfermare proprio durante il Sabato appena trascorso:
"In fondo fino ad ora ora stai considerando un concetto astratto, viverlo realmente sarà sicuramente diverso!".
Per un verso o per l'altro, tutti quanti l'abbiamo provato: la comprensione teorica ha il suo valore non indifferente, e non per forza deve trarre in inganno, anzi può rivelarsi di una correttezza e precisione estreme.
Però: agire, sperimentare, fare pratica, concretizzare, passare dal sentire all'essere e poi al fare; è un'altra cosa.
E, ve lo dico sinceramente da intellettuale ed intellettualoide maniacale quale sono: non c'è paragone. L'azione - la "drammatizzazione" - e la pratica son cose immensamente più fighe del puro pensiero.
Marco ricordava, nel primo commento a a questo post, di come d-o comandò al profeta Ezechiele non di leggere il rotolo che conteneva la sua parola, ma di mangiarlo:
3 1 E mi disse: «Figlio dell'uomo, mangia ciò che ti è offerto, mangia questo rotolo e va', parla alla casa di Israele».
Cosa meglio di questo versetto può esemplificare - anche se questa è forse solo una porzione del suo significato ed una delle possibili interpretazioni - la necessità di aderire ed adempiere ad una natura umana fatta di carne e di materia, di esistenza che si fa "vita" nel momento in cui viene agita?
Casualmente, oppure no, ho ritrovato questo stesso versetto citato su un manifesto, appeso alla porta interna di una delle chiese del mio paese.

Penso che uno degli scopi dello shabbat sia lo sperimentare un ritorno alla "naturalità" dell'uomo, così ricordando e perpetuando la condizione da esso vissuta nell'antico Eden.
Naturalità, ovvero: godere e fare uso solamente di ciò che il nostro corpo - senza propaggini tecnologiche - ed il mondo - con quello che che possiede "in natura", appunto, ciò che fu "creato" e non inventato o modificato dall'uomo - ci offrono.
E' per questo motivo che ho trovato inaspettatamente facile, ed estremamente corretto, non fare uso della tecnologia - o per lo meno, inizialmente, diminuirlo in misura consistente.
Ma questa non è che l'implicazione più evidente ed una fra le più problematiche che il divieto di lavorare al Sabato contiene.
Sempre con riferimento al tornare ad assaporare - di nuovo, l'atto di nutrirsi appare quello più significativo e forte per l'uomo - la natura umana, il partecipare al mondo così come siamo; ripenso a mille dettagli della giornata passata che, una volta interrotto il corso del tempo impostomi forzatamente, mi hanno travolto nella loro enormità:
il silenzio, l'accresciuta capacità di ascolto (esteriore ed interiore);
la calma, la pace (con me stessa, con il mondo, con il futuro ed il passato), la forza morale pacata ma solidissima;
la memoria e la concentrazione subito rafforzate;
la sensazione di non aver bisogno di nient'altro che della luce del sole, del calore estivo mitigato dal cielo coperto (sembrava che qualcuno l'avesse fatto apposta per risparmiarmi di andare in ebollizione), e poi della luce delle candele osservata attraverso il velo indistinto della vista (sò mezza cecata, miope per l'esattezza; perciò ho tolto gli occhiali solo momentaneamente!).


Il fatto è che lo shabbat non è una rinuncia, è un regalo.
"Cessare (l'attività)" porta inevitabilmente a fermare la corsa verso la riconquista di se stessi, del proprio essere "umani" e verso la riparazione della perdita dell'Eden; per assaggiarne un anticipo scoprendo che possiamo anche solo per un giorno alla settimana tornare umani, completi, interi.
Il riposo del Sabato non è una "pausa commerciale", un giorno di ferie obbligate inserito dall'uomo stesso nella propria tabella di marcia. E' un comando - concessione che viene da d-o, ed esula dai nostri schemi e dalle necessità che l'uomo, tradendolo, si è accollato.

In questo shabbat mi sono segnata con l'acqua le labbra, la fronte ed i polsi.
Mi sono data il profumo sui polsi e dietro le orecchie, prima di uscire, come andando da un amato.
Ho salutato e mi son fatta fare compagnia da un paio di gatti, ed i miei piedi e le loro zampe sono state a riposare insieme, ad una distanza garbata.
Ho "fatto famiglia", come meglio potevo; e acceso per tutti le sette luci.
E letto i primi due capitoli della Bereshìt (la Genesi)
- per ora di questo si tratta, di lettura e non di studio, anche se qualche considerazione e curiosità le lascio nascere e le appunto. Avrei intenzione di leggere l'intera Torah, così, come un normale racconto; prima del nuovo anno e prima di iniziare a seguire le parashot settimanali. Sempre che riesca a stare nei tempi!

richard t nowitz colours(Richard T. Nowitz, "Colours")
cecilia2day
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martedì, 22 luglio 2008, ore 10:13

Ora scrivo per pulirmi la testa, più che confusa intasata. E' stata una bella lotta con me stessa, ieri; come per un equilibrista sulla corda: ondeggiare a sinistra senza eccedere, ritornare sulla destra ma non troppo, giusto di un infinitesimale centimetro. E ancora questo ulteriore passaggio è da concludere.
Mi muoverò a scatti nel tentativo di ricordare e riassemblare se non tutto, buona parte di quanto detto e pensato nelle ultime 20 ore.

E lo faccio senza aver preso appunti, stavolta.
Una cosa che questo mio percorso mi sta moltiplicando in misura massiccia, al di là di ogni possibile esito, è la capacità di concentrarmi sul "presente reale", di astrarmi molto di meno ed in maniera più efficace, più centrata, immaginativa ma non esageratamente ardita. Francamente, la cosa mi piace molto.
E mi riporta ad un discorso toccato più volte con più persone, cioè quello sulla concretezza, sulla -prassìa e sulla connotazione fisica e materiale dell'elezione di Israele. Conduce anche - roba da far tremare - ad una necessaria elaborazione teologica sull'intervento divino nel piano materiale: partendo dall'ovvia ma non semplice domanda "se le azioni umane positive contribuiscono al tikkùn, significa che d-o agisce sul mondo?"...
... ed arrivando a formulare - nuovamente - una teoria della magia come forma di potere per niente in contrasto con la volontà divina, ma che anzi la include.
Tornando alla concretezza, alla -prassìa: l'ebraismo è fondamentalmente un'ortoprassìa, e non un'ortodossìa. Ciò significa che si fonda e considera inderogabili determinate azioni, determinate opere e determinati rituali, indicati nella Torah, ed è principalmente su questi che produce un'elaborazione teorica piuttosto che su questioni strettamente teologiche. Non che queste ultime manchino, d'altra parte mi parrebbe impossibile: ma più spesso la concezione teorica del divino ed il contatto con d-o discendono direttamente dalla pratica dei mitzvòt; e non viceversa.
L'aspetto fortemente pratico e calibrato sull'azione dell'ebraismo ha, rispetto alla mia persona, due conseguenze:
I. mette in luce e mi mette a contatto con un approccio al divino - ma anche alla vita stessa! - differente da quello che mi è più abituale, ma che riconosco subito come meglio rispondente all'essenza delle cose, anche alla mia, e più rispondente a ciò che sento essere corretto e funzionale.
II. mi fa sentire bene.
Ed interviene qui anche l'evidenza di una contemporaneità di aspetti: quello spirituale, quello psicologico  personale, e quello definiamolo tecnico. L'uno non esclude nè invalida gli altri: quando, per esempio, dico che l'ebraismo "mi fa sentire bene", non voglio con questo dire che sia come una calda coperta di Linus che ho deciso di "comprare" per facile comodità. Anche perché la metafora "l'ebraismo è una coperta di lana" sarebbe corretta, in sè: senonché una coperta di lana ti scalda, ma ti pizzica anche.
E' giusto comunque prendere atto di tutti quanti gli aspetti, ed i dettagli, che dentro di me e dentro le mie motivazioni mi è possibile e riesco a scorgere.

Una seconda implicazione del far coincidere un teorema a livello spirituale con una realtà materiale è questa: che, assumendo l'esistenza di un popolo eletto da d-o per la preservazione della sua Legge e di una serie di norme da osservare per adempiere alla sua volontà; il primo sia da intendersi come popolo reale, fisico ed individuabile precisamente, e le seconde - che si tratti dei princìpi noachidi o dei mtzvòt - siano da intendersi come norme quasi mai soltanto morali e da applicare unicamente all'intagibilità dello spirito.
Nel momento in cui ogni norma, quand'anche essa abbia un elevato contenuto morale, implica anche un'indicazione concreta su come agire nel mondo, nel proprio corpo, nella materialità; quella norma diventa l'esempio e la "dimostrazione" (in senso quasi scientifico) della specificità umana di esseri calati nella materia, e che da essa non posso permettersi di prescindere - pena mutilare se stessi.
Pensare, scrivere, studiare dunque; ma farlo per meglio indirizzarsi e condursi.
Ed aggiungerei, per contrasto, per evitare di scadere nell'eccesso opposto alla "vita disincarnata" di cui s'accusa un certo Cristianesimo: facendo diventare l'osservanza delle norme la propria ragione di vita e la propria stessa divinità, dimenticando da dove vengono e a cosa mirano. Commettendo un atto idolatrico: perché mi sembra chiaro che adorare la Legge in quanto tale, e fissarcisi al punto tale da dimenticare il contesto ed il senso della sua applicazione, equivale a cacciare da parte d-o e prostrarsi ad un simulacro fatto di parole spogliate della loro complessità, della loro pregnanza ed infine "astratte", strappate agli elementi nutritivi del loro naturale suolo.
"Idolatria è scambiare il mezzo per il fine", disse David Rosen. Beh, Rosen, permetti che ti batta un cinque?

Mi preme anche tornare sulla questione dell'appartenenza.
Ho dichiarato in precedenza, non senza convinzione, di sentirmi spiritualmente parte del popolo di Israele.
Tralascio, qui, qualsiasi considerazione sul senso di appartenenza percepito a livello psichico ed umano, non eminentemente religioso; che sarebbe interessante "sezionare" ma che riguarda una riscoperta di me stessa più antropologica (!!! oh sì!) che altro.
Dicevo del fatto che, comunque si consideri tale richiesta, la conversione e l'ingresso nella "comunione del popolo" ebraico richiede di aderire ed osservare la totalità delle mitzvòt.
Si sa che poi, come capita in ciascun gruppo umano, chi già ne fa parte ne viene comunque considerato un membro, al limite "da recuperare all'osservanza" o alla fedeltà in senso più lato, anche se questi se ne allontana pesantemente ed inesorabilmente.
Ciò vale particolarmente per il popolo ebraico, anche proprio per questa identificazione esatta che si compie tra l'elezione metafisica ed il suo ruolo terreno. Varrebbe, teoricamente, anche per il "popolo di d-o" cristianamente inteso, la Chiesa, la comunione dei fedeli: non si smette - per lo meno agli occhi della chiesa cattolica istituzionale e secondo i suoi dogmi - di essere Cristiani in nessun caso, se ne possono rigettare gli insegnamenti ma non cancellare l'effetto spirituale dei sacramenti impartiti, questo mi è stato più volte detto in relazione alla mia intenzione di "sbattezzarmi" - d-o, che brutto termine. Teoricamente, dicevo, perché nella realtà dei fatti e del sentire comune, questo genere di vincolo non mi pare nè conosciuto nè tantomeno riflesso nelle persone che lo hanno sottoscritto.
Per chi voglia invece entrare a far parte di un certo gruppo umano, religioso o meno che esso sia, si presenta la paradossale - ma ovvia e non certo disprezzabile - difficoltà di eguagliare e spesso superare in "fedeltà alla linea" gli stessi membri di quel gruppo i quali, senza aver fatto nulla per "guadagnarsela" e magari anzi ignorando le conseguenti responsabilità, godono di quella appartenenza tanto desiderata.
Io direi che va bene così. Anche perché vi sfido a trovare una realizzazione comunitaria umana che sia tanto elevata e piena di grazia da garantire costantemente e pienamente la lealtà di tutti i suoi membri ad un codice fondativo ed alle intenzioni più pure - nel senso di originarie ed essenziali - che l'hanno ispirato.
Nel mio caso, una volta confermato a me stessa e ribadito ai miei interlocutori che ritengo il popolo - fisico - di Israele il custode dell'originaria Legge divina; si pone nuovamente la questione della mia effettiva appartenenza o non appartenenza a questo popolo. Che non mi crea  complessi esistenziali, sia chiaro: la sensazione di pienezza e compiutezza di cui parlo nel secondo paragrafo di questo post si fonda su un insieme di elementi e di eventi reali che non dipendono dal mio... diciamo "status" comunitario. Inoltre, ci tengo a chiarire un malinteso prima che nasca: quando dichiaro nello stesso post e altrove, di desiderare uno stato differente da quello di Noachide, non ne faccio un problema di "posizione sociale" - hass vechalom! - nè tantomeno intendo disprezzare il noachismo. I motivi sono due:
I. come detto, la mia intenzione è, pure con le mille specifiche necessarie che farò prossimamente, di estendere la mia partecipazione alla vita ebraica dal livello dell'osservanza personale - più o meno stretta che sia - al livello di conservazione e trasmissione dei suoi fondamenti. Ciò avverrebbe, ipotizzando che questa mia intenzione abbia senso, principalmente attraverso la trasmissione di questi fondamenti ad una eventuale prole... e lo confesso, se non avessi scritto anche quell' "eventuale" ora mi starei rotolando sul pavimento in preda alle risate più corpose e scomposte :)
quando dico "osservanza personale", naturalmente mi rendo conto che questa coinvolge e si riflette anche su altre persone, non solo per ovvie questioni pratiche ma anche propriamente perché, quand'anche non fossi inserita in una comunità, la mia pratica non potrebbe mai essere compiuta in se stessa. La pratica presuppone appunto non solo un'azione fisica, ma anche un "essere nel mondo" ed in relazione evolutiva, magica, riparatrice con esso.
II. sono, forse, inadatta alla conversione. Ma sono, anche, sicuramente adatta ad integrare e portare oltre - non sorpassare, non superare, ma "portare con me oltre me stessa e loro stessi" - i princìpi noachidi.
Riprenderò questo concetto presto, nell'ottica di "un interessante paradosso: rinunciare alla conversione eppure accettare le stesse norme (...). Non avere una comunità in senso stretto e non appartenere a nessuna delle esistenti, ma mettere insieme un patchwork altrettanto funzionale"; come azzardavo rispondendo ad un commento di Alexis al suddetto post.

Concludo con poche note su ciò che dovrei fare volendo convertirmi, quelle che avevo detto sarebbero state al centro di questo post (!!).
Innanzitutto, dovrei seguire un corso, delle lezioni - non so dire con quale frequenza esattamente, ma non meno che bisettimanale - a Milano, volendo considerare la città più vicina nonché unica sede della sinagoga riformata Lev Chadàsh. Nel caso volessi entrare nella corrente riformata, il corso durerebbe 2 anni, e la conversione sarebbe riconosciuta dallo Stato di Israele ma non dall'ortodossia italiana, non ufficialmente almeno - se non ricordo male e non vado errando clamorosamente. questo perché, senza giungere a chissà che dissidi, la situazione italiana vede una prevalenza numerica dell'ortodossia sul progressismo; esattamente al contrario di quanto accade nel resto del mondo.
In secondo luogo dovrei ovviamente rispettare lo Shabbàt, il che comporta il frequentare la relativa funzione della sera del Venerdì, oltre che tanto per dirne una non poter guidare l'auto per raggiungere il tempio. Cosa che in sè e per sè sarebbe occhei, ma che inevitabilmente mi pone di fronte all'esame della fattibilità pratica di tutto questo per me; stante che:
abito in un'altra città,
posso procurarmi alla svelta un lavoro, sì, ma solo e soltanto un lavoro che, già precario di per sè, precarizzarebbe tutto quanto il resto della mia vita quotidiana e non garantirebbe che io possa restare a Milano o comunque concludere il percorso di conversione regolarmente,
ho progetti e soprattutto persone di cui mi sto occupando, e di cui mi posso occupare soltanto rimanendo qui e dedicandovi tutte le mie risorse: me ne sto occupando non come di lavori e compiti da portare a termine, ma come di beni da curare e coltivare. E, senza nulla togliere all'importanza di un percorso di conversione col quale mi confronterei volentieri, sarebbe stupido e per nulla kasher, secondo me, abbandonare altri percorsi altrettanto importanti. Esiste persino un bellissimo witz in merito a questa definizione di priorità, lo cercherò, ma non ora.
Vi sono poi - last but not least - l'osservanza di alcune altre celebrazioni di maggior peso durante l'anno (non sarebbe un problema) e delle varie norme pratiche, alla comprensione ed acquisizione delle quali è in fondo dedicato il corso stesso.
E l'opzione "estero": corsi di 6 - 12 mesi in kibbutzim religiosi in Israele, oppure a Londra, secondo il rabbino cui ci si rivolge e che li organizza.

Di nuovo: è giusto che mi converta, qualora la cosa fosse (anche nel futuro) materialmente praticabile, o il mio ruolo è diverso e devo ancora inquadrarlo (lavorandoci e buttandomi a capofitto anche nelle ipotesi più ardite per poterle se non altro escludere?).


cercasi alterità
cecilia2day
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mercoledì, 16 luglio 2008, ore 18:21

E vai che la jihad interiore mi sta partendo a botta.
Non perché sforno post a getto continuo - la cosa non significa alcunché - ma sento che sto iniziando a entrare nel vivo del dilemma perché finalmente ci soffro.
Uno di voi aveva citato la necessità della sofferenza, in un commento ad uno di questi post, ma non riesco a rintracciarlo [è stato gp, qui]. Conta comunque il concetto: massacrarsi senza motivo nè senso, no. Accogliere la sofferenza, sì.
La sfida per me sta nel portare e sopportare il ruolo che mi è stato assegnato (da d-o? dalla natura? dal caso? lasciamo perdere, non è questo il punto ora. Un ruolo c'è, e se non lo incarniamo stiamo male, perché non siamo realizzati in noi stessi). Incarnare il mio ruolo senza soccombervi, dunque. D'altra parte qualcuno dice che d-o non destina a nessuno un dolore ed una fatica maggiori di quelli che può (degnamente?) sopportare.
Ma ugualmente posso farlo soltanto se "indovino" quale sia il giusto ruolo per me, quello che mi mette sufficientemente alla prova ma non mi cancella come persona. Non si può onorare d-o tralasciando di onorare se stessi.
Il problema non è mai avere le risposte, è farsi le giuste domande.
E' giocare di ruolo con se stessi finché non ci si trova.

C'è stato chi mi ripeteva di continuo: "tu sai farti la domanda giusta".
Vorrei sapere qual'è, adesso, la domanda che mi devo porre.

fft by zaritmac - splinder(foto di zaritmac - trovata su splinder)

Copio un lungo stralcio dal diario della Hillesum, il primo che ho segnato con il post-it. Il grassetto è mio, i corsivi suoi.

"La sofferenza non è al di sotto della dignità umana. Cioè: si può soffrire in modo degno, o indegno dell'uomo. Voglio dire: la maggior parte degli occidentali non capisce l'arte del dolore, e così vive ossessionata da mille paure. E la vita che vive la gente adesso non è più una vera vita, fatta com'è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione. Dio mio, tutto questo si può capire benissimo: ma se una vita simile viene tolta, viene tolto poi molto? Si deve accettare la morte, anche quella più atroce, come parte della vita. E non viviamo ogni giorno una vita intera, e ha molta importanza se viviamo qualche giorno in più, o in meno? Io sono quotidianamente in Polonia, su quelli che si possono ben chiamare dei campi di battaglia, talvolta mi opprime una visione di questi campi diventati verdi di veleno; sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno - ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c'è posto per tutto. Per una fede in Dio e per una misera fine.
Si deve anche avere la forza di soffrire da soli, e di non pesare sugli altri con le proprie paure ed i propri fardelli. Lo dobbiamo ancora imparare e ci si dovrebbe reciprocamente educare a ciò, se possibile con la dolcezza e altrimenti con la severità. quando dico: in un modo o nell'altro ho chiuso i conti con la vita, non è per rassegnazione. "Tutto quel che si dice è malinteso". Se mi capita di dire una cosa del genere, viene intesa altrimenti. Non è rassegnazione, non lo è di certo. Cosa voglio dire? Forse, che ho già vissuto questa vita mille volte, e altrettante volte sono morta, e dunque non può più succedere nulla di nuovo? E' un modo di esser blasé? No, è un vivere la vita mille volte minuto per minuto, e anche un lasciare spazio al dolore, spazio che non può essere piccolo, oggi. E fa poi gran differenza se in un secolo è l'Inquisizione a far soffrire gli uomini, o la guerra e i pogrom in un altro? Assurdo, come dicono loro? Il dolore ha sempre preteso il suo posto e i suoi diritti, in una forma o nell'altra. quel che conta è il modo con cui lo si sopporta, e se si è in grado di integrarlo nella propria vita e, insieme, di accettare ugualmente la vita. Sto teorizzando dietro la mia scrivania, dove ogni libro mi circonda con la sua familiarità, e con quel gelsomino là fuori? E' solo teoria, non ancora messa alla prova da nessuna pratica? Non lo credo più. Tra poco sarò messa di fronte alle estreme conseguenze. Le nostre conversazioni sono già infarcite di frasi come: spero che egli possa ancora godere di queste fragole con noi. So che Mischa, col suo corpo delicato, sta per recarsi a piedi alla Centraal Station, penso ai visini pallidi di Mirjam e Renate, alle preoccupazioni di molti, so tutto, tutto, in ogni momento; a volte devo chinare il capo sotto il gran peso che ho sulla nuca, e allora sento il bisogno di congiungere le mani, quasi in un gesto automatico, e così potrei rimaner seduta per ore - so tutto, sono in grado di sopportare tutto, sempre meglio, e insieme sono certa che la vita è bellissima, degna di essere vissuta e ricca di significato. Malgrado tutto. Il che non vuol dire che uno sia sempre nello stato d'animo più elevato e ricco di fede. Si può esser stanchi come cani dopo aver fatto una lunga camminata o una lunga coda, ma anche questo fa parte della vita, e dentro di te c'è qualcosa che non ti abbandonerà mai più
".
(Etty Hillesum, "Diario 1941-1943")
cecilia2day
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