giovedì, 04 settembre 2008, ore 10:35

Ho fatto un sogno, stanotte, che era una visione di guerra. L'entità dell'attacco mi suggeriva al risveglio la parola "apocalisse", ma apocalisse non era.
Cinema, Guerra, Amore; così ho delineato per punti il vasto contenuto onirico che forse, già oggi pomeriggio, ricorderò soltanto meccanicamente. Ma l'impressione ed il messaggio forti lasciatimi nella pancia e nel cuore non svaniranno affatto.
C'erano onde altissime che ci sovrastavano, ma una volta che venivamo raggiunti ne ricevevamo soltanto alcune gocce. C'erano lunghi e sibilanti nastri che rapidi ci venivano incontro come nell'intenzione di avvolgerci e soffocarci, e noi che strisciavamo sotto di essi o che li saltavamo come ostacoli.
I miei genitori erano entrambi lontani da me, al lavoro ed a casa: come in ogni sogno che si rispetti sapevo esattamente con chi e cosa stessero facendo. Non potevo proteggerli. E nemmeno avevo più il cellulare per provare a contattarli, ad un certo punto, perché un soldato Cinese che guidava una di quelle piccole vetture che si usano per muoversi dentro i luoghi affollati, con gentilezza, me l'ha requisito.
I miei nel sogno non li ho mai incontrati, nè sono mai morti "concretamente": ma la guerra che io ho attraversato, e la resistenza alla fatica ed al dubbio che ho attuato, li hanno infine lavati dolcemente via. Senza che fosse mai necessario che li abbandonassi o perdessi. Insomma, erano con me dentro di me ma non c'erano più, nello strano mondo fisico che ho ricreato, ed era questa una cosa che semplicemente sapevo.
Così come sentivo che era tutto a posto, e tutto andava bene così, compresa la loro morte e la mia guerra; ripetendo lo Shemà ranicchiata sul fondo di un autobus che non ho mai saputo dove mi stesse portando.

antonello affronti(opera di Antonello Affronti)

Non è la prima volta che il mio inconscio solleva la testa e lavora sulla perdita che dovrà avvenire, in piena luce e rendendosi perfettamente visibile.
E' una delle - pochissime, credo - volte in cui lo fa per mezzo delle elaborazioni notturne.
Tutto è partito dal banale dubbio su come ottenere che il prossimo shabbàt, nel quale la scuola eccezionalmente sarà aperta, possa evitare di lavorare. Ma il rimestìo generato da questo dubbio già mi aveva trovato con le difese psichiche sottilmente abbassate: questo è un dato che evinco dal timore che ho sentito ieri sera verso un comune oggetto quotidiano e dal sogno stesso.
E questo mi dice, in primissima istanza, che devo e assolutamente devo tornare a fare yoga regolarmente. Ne avrò un bisogno estremo per affrontare questo lavoro, non è più il caso di rimandare.
cecilia2day
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domenica, 17 agosto 2008, ore 19:12

Non ricordavo, finché non ho cercato una certa informazione in rete, che fosse esistita la setta eretica dei Cainiti o Caianiti. Di fatto, è stata una setta talmente sfigata che fatica persino a farsi memorizzare. Il nome della stessa però, scelto od imposto che sia (è più probabile la prima ipotesi) ha funzionato per me come uno specchietto per le allodole: non cercavo infatti alcuna setta eretica ma piuttosto i gruppi (di potere ma anche no) che, in Vampiri: the Masquerade indagano e/o contrastano le attività della società Cainita e di altri esseri cosiddetti "soprannaturali", legati alla Chiesa Cattolica o meno.
Nel corso della ricerca mi sono imbattuta poi anche in un'altra pagina, inutile a rintracciare i nomi dei tre principali gruppi succitati (che poi sono la Società di Leopoldo, l'Arcanum ed un terzo ignoto); ma che a causa di un paio di passaggi del testo mi ha fatto riflettere e riportato per l'ennesima volta alla mente un vecchio discorso che mi sta a cuore a proposito del gioco di ruolo.
Nella pagina in questione, dedicata all'arcivescovo sabbatico Monçada, viene detto che: dopo aver sostanzialmente agito come uno dei peggiori esponenti di quel cattolicesimo dedito all'acquisizione del potere temporale che nel Medioevo ha raggiunto la sua massima espressione, "l'uomo di Chiesa, protetto dalla Fede e dalle mura del Monastero [di Madrid], riuscì a evitare l'Abbraccio per più di un decennio". Ed anche: "Protetti dalla loro Vera Fede Monçada e i suoi seguaci continuarono a gestire parte dell'Europa occidentale".
Ora, a me non frega nulla di discutere del fatto che la Santa Romana Chiesa Cattolica Apostolica Eccetera fosse più o meno corrotta eccetera; o di quanto è fico Monçada. A me interessa notare che si adduce la riuscita del suo evitare i contatti con i Lasombra alla Vera Fede. Al che mi domando: ma che razza di fede sarebbe quella di un uomo che vive sbattendosene altamente di ciò che è comandato dal proprio dio? Significa che devo intendere il concetto di "Vera Fede" meramente come una credenza, convinzione nell'esistenza di una determinata divinità, slegata dai legami con la realtà - e soprattutto, indipendente dal comportamento e dalle azioni concrete del personaggio?

Non è che la domanda primaria, ma altre ce ne sono. Prima di tutto voglio controllare cosa "sta scritto" sul "sacro" manuale base di V:tM. Andiamo a vedere. Innanzitutto, la definizione di Vera Fede, che è una caratteristica particolare e non una disciplina, recita così: "La Vera Fede è una caratteristica speciale che solo pochi possiedono nel Mondo di Tenebra. Sebbene molti mortali siano più o meno credenti nell'esistenza di un potere o di uno scopo superiore, solo pochi possiedono la bruciante convinzione che detta forza li possa proteggere da creature come i vampiri. Mentre molte leggende raccontano che i Dannati provino una repulsione per le croci e simili, la Fede si può manifestare in qualunque forma religiosa. Un ebreo devoto potrebbe essere in grado di vincere un vampiro con la sua Stella di David o un taoista potrebbe farlo intonando speciali preghiere, ma un cristiano senza la Vera Fede non potrebbe fare nulla, anche con un crocifisso tra le mani. questa Fede non aumenta necessariamente con l'esperienza. Può certamente crescere con il tempo, ma è più una questione di convinzione e forza della mente. Non si tratta nemmeno di qualcosa che proviene da fuori, da un qualche dio o angelo. A prescindere dal fatto che le convinzioni di questi individui siano corrette o meno, esse sono talmente forti che li proteggono dai non-morti. A discrezione del Narratore, la Fede può aumentare o diminuire, riflettendo le convinzioni e lo zelo religioso della persona".
In questo brano vi sono due interessanti informazioni.
La prima costituisce più o meno la risposta ai quesiti posti più sopra. E' vero, infatti, che è la convinzione che una determinata forza esista ed agisca in suo aiuto, a creare una difesa effettiva e reale che "scherma" il personaggio dall'influenza di un vampiro. E' però altrettanto vero che, proprio sul termine, si indicano la convinzione ed anche lo zelo religioso come fautori di tale difesa.
Non occorre parlare oltre di Monçada: non v'è alcun dubbio che sia stato in vita e sia in non-vita estremamente credente. Ma quanto devoto? E soprattutto, quanto coerente con i principi del dio scelto come proprio?
Una seconda informazione è data dal rimarcare lo stato di dannazione entro il quale conducono la loro esistenza i Cainiti. Come in una qualunque società mortale, anche in quella Cainita abbonda la varietà di teorie e convinzioni personali in merito alla propria origine. Non tutti i vampiri necessariamente credono di discendere da Caino nè tantomeno che la propria condizione derivi dall'antica maledizione che si narra essergli stata imposta; specialmente se si tratta di vampiri abbracciati in epoche recenti. Tuttavia nel quadro più ampio del gioco è esattamente questa l'origine stabilita e proposta dagli autori del gioco stesso come valida - sempre entro i confini della speculazione intellettuale e ludica. E di conseguenza, quale che sia la posizione del singolo giocatore - personaggio in merito, non può da questo non nascere un proficuo conflitto tra una certa scala di valori mortali che attengono ed appartengono alla sfera religiosa in particolare ma non solo, e la scala di valori / obbiettivi - per lo più strettamente individuali, talora strutturati ed identificati nei "sentieri" - concepibili da un vampiro.
Pensando poi al dato di fatto che, chi più chi meno, i Cainiti si caratterizzano imprescindibilmente e si differenziano dai mortali (dai quali in ogni caso hanno origine) anche attraverso il loro scarso o scarsissimo livello di moralità, di socialità e solidarietà come normalmente le intendiamo; va da sè che "i Cainiti non hanno di solito punteggi in questa caratteristica, in fondo si considerano i Dannati. Riflettete molto, molto attentamente prima di concedere ad un vampiro tale potere".

A proposito di personaggi mortali, vi è poi un appunto che mi porto dietro da tempo concernente ancora la Vera Fede. Posso comprendere che si tenda, nei gruppi che giocano di ruolo Vampiri, a non considerare quasi per nulla i mortali - se non come pedine delle proprie macchinazioni personali. D'altra parte, le variabili di gioco e le impostazioni che ogni Master può dare alle cronache sono innumerevoli ed immense; ma in linea di massima si gioca a "Vampiri", e non a "Second Life". Ritenere, però, che inserire e giocare personaggi mortali non abbia scopo è a mio parere un errore cruciale.
Si pensi pure che lo affermo per tirare acqua al mio mulino, dacché io di personaggi mortali me ne sono creata ben due e vi sono estremamente affezionata. Non ho il potere di impedire a qualcuno di pensarlo (a molti?). Ma io intendo fare un discorso, letteralmente, di meta-sistema di gioco, ed almeno qui ne ho tutto il diritto.
Io ritengo che:
1. la Vera Fede dovrebbe essere una caratteristica perfettamente in grado di contrastare i Cainiti, nei modi e limiti descritti dalla stessa pagina del manuale base al capitolo "Le Regole". La misurazione dei "pallini" e la loro concessione col contagocce ha anche la fondamentale funzione di contenere e scremare gli inevitabili power-players. Ma, una volta che siano stati assegnati, sarebbe d'uopo che non rimanessero dei segni colorati sulla scheda ma potessero essere spendibili, usati davvero in game.
2. non dovrebbe esserci il limite, posto a cinque pallini, per la Vera Fede di un mortale: rispetto a questa precisa caratteristica non può valere l'assunto, altrimenti corretto, che un mortale è più "debole" di un Cainita. Perché la Fede - detta anche, off game, la fede - non appartiene (soltanto o per niente) alla sfera psichica della persona (che si sa, in un vampiro è immensamente potenziata). Appartiene (soprattutto o soltanto) alla sfera spirituale, sul quale piano non sono ipotizzabili distinzioni. Si tratta qui per il Master di decidere se vuole proporre la caratteristica di Vera Fede come una potenzialità psichica - in un'ottica scientistica, materialistica e magari atea - oppure se, al di là delle proprie idee personali, vuole associare la Fede a ciò verso cui normalmente essa si rivolge: un "essere" di un qualche tipo che prescinde e supera le limitate facoltà di un essere umano, permettendogli quindi anche di reggere l'urto che la sua mente comunque sperimenta di fronte all'uso di una disciplina vampirica.
E viceversa ritengo che, entro il cuneo ristretto che la moralità Cainita suggerita dalla White Wolf lascia aperto, sarebbe splendido esplorare certi paralleli: le possibilità di pentimento, redenzione ed appunto fede - sì, un vampiro credente e praticante, dannazione, può esistere! - dei personaggi anche magari allargando quel cuneo. Saulot docet.


sfera
cecilia2day
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domenica, 10 agosto 2008, ore 14:44

Capita spesso - e devo dire che ne sono orgogliosa - che mi trovi di fronte ad un commento al quale saprei rispondere, ma mi accorgo di non volere: perché per quanto articolata la mia risposta resterebbe insufficiente. E decido pertanto di copiare il commento che mi ha "inchiodato" e di scriverci su un post a parte.
E' successo con Alexis più di una volta, è successo che riprendessi commenti di Marco o di gp o anche altri; adesso tocca ad Avgvst. Il quale spero non si senta così troppo esposto, giusto ora che è in lotta con il suo (adorabile) Ego! Ma è necessario.
A seguito di questo post, nel quale fra l'altro elencavo, letteralmente, alcune delle cose che cerco in un/a potenziale compagno/a; lui considerava:

Per quanto possibile - dico così perché l'individualità è uno dei più grandi misteri: com'è essere te, Cecilia? Mi è accaduto di porre a qualcuno questa domanda, suscitando la sorpresa e la divertita curiosità tipiche di chi, pur ammirando un pensiero bizzarro o originale, fondamentalmente lo giudica una vaga facezia, un divertissement logocircense tanto raffinato quanto privo di senso - nella misura del possibile, scrivevo, mi sento sulla tua stessa lunghezza d'onda.
Mi piace il tuo lucido lirismo, in grado di razionalizzare e al contempo di evocare intimamente la persona di cui hai sete. Eppure, devo dire, un pochino anche mi spaventa questa istantanea che porti nel plesso solare: perché - correggimi se ti fraintendo - vi leggo (in rifrazione, proprio come la discerno in me) una potenziale trappola, quella di una rigidità idealistica e autoreferenziale. Saper ascoltare le nostre esigenze è essenziale; consentir loro di renderci esigenti è invece pericoloso.
Probabilmente esiste al mondo solo una manciata di persone davvero capaci di accostarsi a un altro senza vomitargli addosso, più o meno discretamente, la propria proiezione di aspettative e desiderata, è umano e forse inevitabile. Tuttavia mi pare che il vero amore non faccia, piuttosto CI faccia prigionieri. A questo vorrei poter arrivare: riuscire a guardare una persona qualunque, il primo avventore in cui m'imbatto, senza pregiudizi, comparazioni e canoni, ma cogliendone istantaneamente la bellissima unicità. Non concedere la mia sciocca e spannometrica valutazione all'appetito delle mie infinite fami, alle mie liste di nozze (peraltro so che non è questo che intendevi), ma abbandonare la matematica delle misure per abbandonarmi all'(a-ma)tematica del libero dono.
A volte è bello entrare al cinema senza conoscere il palinsesto; o addentrarsi (deliberatamente!) in una via di cui non si conosce la meta; o accostarsi al fuoco senza pretendere di sapere già quanto calore emani.
Anche il previdente e calcolatore intelletto, a onta di tutte le sue validissime ragioni, talora può aver torto.
Lasciamoci stupire.

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Parole così appassionate non chiamano una risposta "punto per punto", ma un libero, seppur ordinato, vagare. E allora...

... com'è essere me? Ne posso naturalmente dare solo un'idea approssimativa, più simile ad un'immagine su tela che ad un'impronta sul terreno.
Lucido lirismo: questa espressione mi ha colpito a fondo, mi ha resa felice. Per una ovvia soddisfazione personale, che non disdegno; e soprattutto perché mi ci sono riconosciuta.
Ciò che più mi ha ferita, negli anni lontani e vicini, è sempre stata la "non accettazione". Non parlo di accettazione del mio modo di essere e vivere, dell'essere approvati e integrati socialmente. Parlo di chi ha l'ardire, o semplicemente la capacità, di chiedermi "chi sei?"; ma poi non sa reggere il peso della risposta, e la rifiuta. Parlo della comprensione delle cose - e delle persone! - per come sono. Il confronto, lo scontro, la sintonia e le dissonanze; queste sono tutte cose che seguono.
Più genericamente, e forse più chiaramente; potrei dire che non sopporto chi mi fa domande su me stessa e su cose a cui, onestamente e realmente, soltanto io posso dare risposta - con la voce, con le azioni - ma non accetta e non crede a quanto gli viene detto.
Non è questione di contesti: non mi  è difficile accettare che quanto dico o scrivo possa venir frainteso, nè che possa non piacere oppure l'evidente fatto che al mondo non si può certo pretendere di capirsi l'un l'altro tutti quanti. Non mi andrebbe nemmeno, non lo vorrei un mondo così.
Non è questione nemmeno di ricordare quanto l'essere umano sia fallace, il cervello ingannevole e la nostra conoscenza - endo- ed esodiretta - limitata. Lo si sa. Ciò non nega però il valore di quel monito, latinamente "scite te ipsum" o alla greca "gnosi seauton" che dir lo si voglia: conoscere se stessi non è un atto impossibile nè tantomeno vano. Bisogna definire un indefinito "come" conoscersi; ma tant'è. Sfido chiunque a non incazzarsi o sentirsi a disagio immaginando che vengano irrise le più elementari conoscenze che abbiamo su noi stessi.
Se una persona, conosciuta o meno, vi chiedesse: "qual'è il tuo gusto di gelato preferito?", e dopo che voi glielo avete svelato; replicasse che non può essere vero, che non è convinta, che voi credete che il gusto sia quello, ma in realtà è un altro, e ve lo può indicare lei... cosa pensereste?
E non mi si dica che un gusto di gelato non è paragonabile ad altre personali caratteristiche o volontà: le distinzioni e le discussioni in merito sono più che legittime, ma non giustifico - tanto per fare un esempio concreto - un uomo che proietta limiti e paure tutti suoi sugli altri; dichiarando con durezza che non posso trovarmi bene ad abitare con lui in una modalità "provvisoria", senza nemmeno una stanza mia, quando sono stata io stessa a volerlo.

Tutto questo mi è essenziale esternarlo e riaffermarlo, ma sia chiaro: non sto controbattendo direttamente nè tantomeno personalmente ad Avgvst: sto buttando giù pensieri che le sue parole hanno acceso.
E dunque, chi sono io, ancora non l'ho detto.
Io sono un essere leale. In ogni senso. Mica per niente sono una Gangrel fiera di esserlo.
Io sono una persona indubbiamente intelligente - non intendo autoglorificarmi, ma svilirmi sarebbe sintomo di una palese falsa modestia - e al tempo stesso sono una persona che ha poche necessità, bisogni più interiori che materiali e profondi sì, ma molto semplici. Sono insomma una persona (piacevolmente, dicono) complessa, ma altamente adattabile e alla quale per contrasto per vivere bene serve sol-(tanto) la presenza nell'altro di alcune precise qualità spirituali ed intellettuali, più prosaiche che auliche.
Azoy iz es: così è.
Cerco anch'io una "persona qualunque", il mio "primo avventore" o "primo prossimo": non del tutto a caso, d'accordo, ma nemmeno con la lista della spesa o di nozze che sia in mano, come giustamente notava il mio prezioso lettore.
E quando scrivo "qualunque" intendo proprio qualunque: ho delle preferenze, ci mancherebbe altro, ma una sola cosa travalica il ventaglio della preferenza per diventare una vera e propria eventuale discriminante dei miei incontri: la disabilità. Non l'aspetto fisico, rispetto a quello non ho blocchi nè limiti particolari. La disabilità invece me ne pone uno, che se non è un muro altissimo di cemento è senz'altro un muro di mattoni discretamente arduo da valicare per me: mi sarebbe ben difficile fare coppia con una persona con disagi-disturbi a livello psichico (capisco che il termine possa incutere paura, ma un problema psichico non è necessariamente invalidante e chi ne soffre non è per forza recluso nella propria mente o alienato da essa!). Un po' meno lo sarebbe stare con una persona con problemi fisici (ma anche qui, molto dipende dalla tipologia di tali problemi: essere mutilati non è lo stesso che essere distrofici). Via libera, infine, ai disabili sensoriali. Tutto questo, principalmente, a causa del mio vissuto che non sto qui a dipanare.
Ho parlato volutamente della disabilità in termini anche un po' taglienti, se vogliamo, non perché io pensi di potermelo "permettere" dal momento che ci lavoro - non è così -; ma perché mi irrita e ferisce la cautela esagerata e pruriginosa ben di più dello scherno mostrato apertamente e degli schiaffi in faccia.

Passando oltre, però, devo proprio dire che un'ipotetica "lista di nozze" mi piacerebbe quasi quasi stilarla.
Indicando appunto le mie suddette preferenze, da quelle più venali a quelle meno che però sempre preferenze e non caratteristiche irrinunciabili rimangano.

Penso purtroppo di essere in buona compagnia se affermo, come dicevo appena ieri anche ad un rumeno incapace di suonare il violino che ci provava con me, che in giro "ci sono pochi Uomini". Notare la maiuscola, prego. E d'altra parte, anche se suonerà un po' stantia e "luogo-comunesca"; perché evitare di scrivere una verità?
Cosa è che fa l'Uomo, allora, mi chiederete?
Da parte mia ci metto che l'Uomo, vagamente ma seriamente parlando, ha le palle. Sa stare al mondo. A modo suo, nei suoi infiniti modi. Ma ci sa stare. E ciò significa in primo luogo che ha coscienza di chi è e di cosa vuole, che se ne assume le responsabilità; e poi che, fragile o forte che sia di fronte al mondo stesso, fa quel che gli è possibile per viverci bene. Ripeto: quel che gli è possibile, perché è un uomo, perché al massimo è un super-uomo diverso da Superman ma anche da Zarathustra, più che altro è un Magus che sa rendere reale il proprio potenziale. Senza scusarsi, senza ritrarsi e scappare, ma soprattutto senza strafare.
In pratica, ho detto tutto e non ho detto un cazzo. Come al solito.
Però la "lista di nozze" la voglio proprio fare.
Ed anche riprendere il post da cui questo ha avuto origine, per meglio spiegare ogni voce del mio elenco di... Voglio.

can you end the way
cecilia2day
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lunedì, 04 agosto 2008, ore 15:15

Femme couchée sur le dos("Femme couchèe sur le dos", Egon Schiele)



Le_chat_noir("Le chat noir", Claude Thèberge)



manna_stone("Manna stone", Andrew Gonzalez)


Anche se Alexis in questo periodo si sta prendendo una saggia pausa dalla rete, prendo e rimodello su me stessa un suo spunto per un "meme artistico" - forse più artistico che meme ormai, in effetti - e posto tre opere pittoriche fra quelle che mi rappresentano meglio (e che in aggiunta mi piacciono parecchio).

Chiunque voglia fare lo stesso, o qualcosa di simile; può liberamente approfittare dell'idea :)
cecilia2day
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lunedì, 28 luglio 2008, ore 21:09

Oggi pomeriggio, a casa di Anonima Bresciana, mentre lei telefonava io curiosavo come faccio spesso fra i suoi libri, libretti, riviste, cd, dvd, manuali, book fotografici, quotidiani, pubblicazioni di millemila tipi.
Mi sono così imbattuta, fra le altre cose, in un libercolo (il denigrativo è voluto) di presentazione dei Testimoni di Geova. Nulla che non avessi già visto, sentito o letto; certo.
Ma non mi interessa ora - nè credo mi interesserà mai - parlare dei TdG. Ciò che mi interessa è approfittare di quanto ho letto sulla trasfusione di sangue per dire la mia.

gggf
Per farla breve, vi si diceva che, per essere in accordo con la legge mosaica e seguire il precetto di non spargere sangue, è necessario evitare anche di farsi trasfondere sangue altrui; e questo anche nel caso la trasfusione venga suggerita per necessità di salute o per un'emergenza che ponga il soggetto a rischio di morte.
Non so dire cosa indichi l'ebraismo al riguardo, nello specifico, ma due parole attorno al tema le posso spendere.
Il capitolo dedicato al sangue del citato libretto motivava, molto semplicemente, questa scelta spiegando che: come è vietato dalle norme alimentari ebraiche assumere il sangue dell'animale della cui carne ci si voglia cibare - in quanto il sangue è vita -, allo stesso modo immettere sangue altrui nel proprio corpo equivarrebbe all'assunzione di una vita che non ci spetta.
Il confronto con l'alimentazione mi ha condotto ad una prima, semplice ma non ovvia, considerazione: è vero che la Torah vieta di assumere sangue di qualsivoglia tipo, ed indica come nutrimento destinato all'uomo la carne degli animali permessi, e solo la carne (ed una parte delle interiora). Ma è altrettanto vero a mio parere - basta usare la logica, non occorrono profonde interpretazioni - che tra l'esempio del nutrimento con carne animale e l'esempio della trasfusione (entrambi chiari passaggi di materie appartenenti ad altri esseri viventi) intercorre una sostanziale, enorme differenza: in un caso la creatura perde integralmente e definitivamente la propria vita fisica, nell'altro ciò non accade affatto. Nella mia ottica, ciò comporta una rilevante conseguenza: con la trasfusione una persona riceve - da un donatore volontario - una "frazione" di vita che non gli appartiene. Una vita, però, che non viene lesa nè tantomeno sottratta integralmente; e che, anzi, rigenera e si autorigenera e continua a sussistere identica a prima. Mi pare questa, più che una sottrazione, una valorizzazione del valore del sangue. Dici poco...
... inoltre, per l'appunto, si tratta di una donazione cosciente e non imposta. Dettaglio non trascurabile direi; che rafforza ulteriormente la necessità di subordinare l'arbitraria sottrazione della vita animale da parte dell'uomo a rigorosi e rispettosi criteri.
Una seconda considerazione nasce poi dalla controversa specifica sulla "situazione d'emergenza". L'autore - posto che fosse uno solo - del capitolo dichiarava che sarebbe un atteggiamento errato essere più attaccati alla vita fisica, per altro non di nostra esclusiva... "proprietà" - qualora si creda in questo principio - piuttosto che all'obbedienza ai precetti divini. Che dire? Sono perfettamente d'accordo. Però.
Però, anche se la vita fisica non è quanto abbiamo di maggiormente importante e valevole; è un abominio peggiore averla in spregio che non esservi eccessivamente legati. E certo su quell' "eccessivamente" si potrebbe discutere sino all'arrivo del messia, ma in questo contesto non occorre. Il corpo fisico non deve trasformarsi in un idolo, ma: corpo, materialità, vita fisica e sensoriale sono "cose buone". Davvero, sta scritto! Eccheccazzo.
E sì, anche il cazzo è cosa buona, ed il sesso, ma non ditelo troppo in giro che poi sembrate meno "santi" :p Il corpo è un tempio: permettere che ospiti ed accolga la vita di altri uomini non può essere, in sè, considerato sbagliato. Dovremmo in tal caso rigettare anche lo sperma maschile: come i liquidi sessuali generano vita, così fa il sangue.
Tornando al trovarsi in una situazione che potremmo, usando un'espressione popolare e perfettamente calzante, definire "di vita o di morte"; non posso che riferire quanto si dice a proposito dello shabbat: mentre violare o interrompere lo shabbat per motivi futili o comunque non strettamente necessari è fuori discussione, farlo per:
soccorrere una persona che si senta male o abbia bisogno di aiuto,
evitare un pericolo per la propria persona,
oppure impedire se possibile la trasgressione di un precetto - magari dello stesso sabato! - non è soltanto consentito... è comandato
.

Detto questo, pensando di recente all'eventualità in cui il personaggio della mortale ebrea che ho creato per Vampiri (della quale accennavo vagamente qualcosa qui) venisse "abbracciata" e resa una Cainita, ovvero una vampira; ho tratto l'inevitabile conclusione che si lascerebbe - mi lascerei - morire.
Perché, chiaramente, si rifiuterebbe di nutrirsi del sangue di esseri viventi, umani o animali che siano; nonostante la possibilità di - anzi, costrizione a - cibarsene senza doverli uccidere.
In un primo momento mi è venuto spontaneo pensare che tenterebbe di suicidarsi: per l'orrore dell'essere diventata una figlia di Lilith e per appunto scongiurare di incorrere in una colpa tanto grave.
Ma, a parte che con tutta probabilità il suo sire la farebbe sorvegliare e in ogni caso le renderebbe impossibile il gesto; anche il suicidio sarebbe un versamento di sangue e di vita.
Opportuno e splendido appare, in questo senso, il paragone terminologico tra "vita" e "vitae", poiché con quest'ultimo si designa il sangue quale fonte della prima. Letteralmente, per un Cainita. Slurp.
cecilia2day
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mercoledì, 23 luglio 2008, ore 21:05

A parte che sto bevendo un latte di cocco freschissimo e gustosissimo, volevo parlare di cose serie.
(Che palle!)
Ovvero tirare le somme dell'ipotesi "conversione" e produrre quelle che potrebbero essere delle conclusioni effettive e definitive.
(Era ora! Ma non l'avevi già fatto?).
Infatti, sembrava che già avessi concluso quel che c'era da concludere. Così non è: perché, come io stessa con sorpresa ho ri-scoperto, spesso le scelte sono come cipolle. C'è da sfogliarle e spogliarle, ed ogni strato è quasi in pari misura pungente ed aromatico. Fino al cuore, al quale si arriva praticamente anestetizzati.

sfoglia cipollaAncora l'appartenenza, ancora il ruolo, ancora la volontà tracciano i loro messaggi sull'acqua e sulla pietra.

Tre sono gli aspetti, ed i piani, attraverso e dai quali ho osservato oggi l'idea della conversione.
Il piano ideale: quello nel quale il mio sentimento di appartenenza al mondo, al popolo, al destino particolare ebraico trova una corrispondenza diretta e totale nell'appartenenza riconosciuta e dichiarata dagli uomini.
Ideale per il quale mi sono auto-dichiarata, senza indugio, decisa alla conversione.
Il piano teorico: quello nel quale le imperfezioni, ma anche le singolarità dell'umanità pongono questioni e veti al sentimento. E chiedono aderenza alla volontà umana, ai suoi criteri e metri di giudizio. E' il piano nel quale è possibile, sensato e sempre pensabile trovare una concordanza tra posizioni differenti, una sintesi delle interpretazioni ed una unità nella differenza.
Teoria per la quale diventa possibile coniugare teologia ed antropologia, indicazione ed interpretazione, volontà umana e volontà divina.
E venire convertiti pur dichiarando apertamente di amare il proprio stesso sesso e di voler continuare a mangiare molluschi.
Il piano reale: quello nel quale la sintesi auspicata dal modello teorico - non per questo meno giusto e valido - spesso semplicemente non avviene.
Perché la perfezione esiste, ma non è umana: è intuibile e pensabile dall'essere umano, ma molto meno attuabile per le sue capacità e forze. E ciò vale per ognuno, si sa.
Realtà per la quale ha probabilmente poco senso che io mi converta, e che mi sollecita a costruire la mia persona, modellare il mio ruolo da artista quale affermo di essere: con i materiali che ho a disposizione, con talento ed ispirazione, con la freschezza e la fermezza.

quali sono le obiezioni che la "realtà" muove al mio indirizzo e verso la mia conversione?

obiezione!
Sono bisessuale. Lo ritengo un aspetto di me assolutamente naturale, bello e che non infrange alcuna legge divina, nè tantomento può "infastidire" d-o.
Ora, non conosco... "come d-o comanda" l'argomento. Ma, pur mettendoci tutte le discussioni e specifiche del caso, mi risulta che l'omosessualità nelle religioni abramitiche sia essenzialmente considerata peccaminosa. Lo scrivevo pure oggi, "a casa di" Marco.
Il che, di per sè, sarebbe il meno. Basta farsi i fatti propri, direbbe qualcuno. Oppure, direbbe qualcun altro, farsi i fatti propri significa giustappunto non omettere, non fingere, non dire falsità. Tralasciare informazioni non perché ci si comporta con naturalezza e si lascia spazio alla casualità, ma perché ci si comporta con intenzionale insincerità.
Sono quel che sono. E la scelta si pone quindi tra il tacere una propria caratteristica volutamente e l'esprimere se stessi non ostentatamente, ma solo apertamente.
Dal mio punto di vista l'orientamento sessuale non dovrebbe costituire mai un ostacolo ad una conversione. Ma dato che si pone come "requisito" per la conversione al cattolicesimo la rinuncia a comportarsi come (omo)natura detta al proprio cuore e corpo; io mi figuro che anche per una conversione all'ebraismo si dia per scontato e rispettato il divieto ad unirsi con individui del proprio stesso sesso.
E' normale, direi.
Tuttavia, per scrupolo, questa questione la porrò al primo rabbino, fra quelli di cui ho il contatto, che mi capiterà di inchiodare.

Ci credete? La cosa m'è venuta in mente soltanto 2 gg. fa. Proprio non l'avevo calcolata.
Lizzy the lezzy mi sta antipatica a pelle, e chissà quant'è veritiera la sua presentazione della vita omosessuale in Israele. Merita comunque una menzione: lei è "out and proud", io sono "out, proud and tranqui".

obiezione!
Alcune prescrizioni alimentari, per le motivazioni che le sostengono, non le condivido.
Anche se stanno scritte nella Torah, esatto.
Come la mettiamo?
Volendo convertirmi, so bene che mica posso sindacare 306,5 mitzvòt su 613. Anche se lo ritenessi, o addirittura fosse, giusto.
Di nuovo, potrei pacificamente esser ligia alle regole finché non abbia ottenuto ciò che desidero, e poi fare quel cispios che mi pare. Ma credo sia anche per questo che ci vogliono anni per convertirsi all'ebraismo: per segare le gambe ai disgraziati che la prendono alla leggera. L'ho sempre detto, meglio vi sia più severità che meno.
Mi auguro non serva che io dica cosa penso di chi intrallazza beatamente e manca di rispetto  - a chicchessia e a qualunque cosa -. La lealtà è ciò che mi muove là dove è più profondamente possibile entrare. Meglio un passo indietro anche se si sta stretti, piuttosto che uno in più se si rischia di calpestare persone e princìpi.

obiezione!
Penso che la correttezza dell'insegnamento dei precetti e la validità dell'educazione religiosa dei figli non sia necessariamente subordinata all'appartenenza effettiva al popolo ebraico. Ma, naturalmente, dubito che il popolo ebraico la pensi allo stesso modo!
Penso anche che la circoncisione all'ottavo giorno di vita, come il battesimo  poco dopo la nascita ed altri atti che dipendano unicamente dalla volontà di terzi, sia di fatto una prevaricazione sul diritto alla scelta della persona sulla quale viene praticata. Si leggano i commenti qui.

Ce ne saranno pure altre, ma direi che queste sono sufficienti come antifona.

menorah - dettaglio
Molto di tutto questo non mi sarebbe nemmeno saltato agli occhi se non avessi seguito quel che sento giusto e basta; facendomi tutte le domande che sono riuscita a immaginare e, soprattutto, concedendomi ed accettando tutte le risposte che ho potuto trovare, senza eccezione.
Nulla poi - la conversione, il noachismo, l'ebraismo e la mia stessa scelta - mi sarebbe stato altrettanto chiaro ed avrebbe avuto il medesimo valore e significato; se non avessi agito invece di fermarmi a ponderare.

Spiegherò, finalmente, chi voglio e spero di saper essere nella vita, e dove mi colloco e perché rispetto all'ebraismo; in un nuovo post.
Che segnerà l'inizio di una seconda fase nel mio percorso di "ri-creazione" spirituale.
Tutti gli interventi relativi rientreranno ugualmente nella categoria "conversione", in quanto il termine ben si presta ad indicare e descrivere anche quella che, pur non dando adito ad iscrizioni nei registri, è una concreta conversione della mia esistenza.
cecilia2day
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martedì, 22 luglio 2008, ore 10:13

Ora scrivo per pulirmi la testa, più che confusa intasata. E' stata una bella lotta con me stessa, ieri; come per un equilibrista sulla corda: ondeggiare a sinistra senza eccedere, ritornare sulla destra ma non troppo, giusto di un infinitesimale centimetro. E ancora questo ulteriore passaggio è da concludere.
Mi muoverò a scatti nel tentativo di ricordare e riassemblare se non tutto, buona parte di quanto detto e pensato nelle ultime 20 ore.

E lo faccio senza aver preso appunti, stavolta.
Una cosa che questo mio percorso mi sta moltiplicando in misura massiccia, al di là di ogni possibile esito, è la capacità di concentrarmi sul "presente reale", di astrarmi molto di meno ed in maniera più efficace, più centrata, immaginativa ma non esageratamente ardita. Francamente, la cosa mi piace molto.
E mi riporta ad un discorso toccato più volte con più persone, cioè quello sulla concretezza, sulla -prassìa e sulla connotazione fisica e materiale dell'elezione di Israele. Conduce anche - roba da far tremare - ad una necessaria elaborazione teologica sull'intervento divino nel piano materiale: partendo dall'ovvia ma non semplice domanda "se le azioni umane positive contribuiscono al tikkùn, significa che d-o agisce sul mondo?"...
... ed arrivando a formulare - nuovamente - una teoria della magia come forma di potere per niente in contrasto con la volontà divina, ma che anzi la include.
Tornando alla concretezza, alla -prassìa: l'ebraismo è fondamentalmente un'ortoprassìa, e non un'ortodossìa. Ciò significa che si fonda e considera inderogabili determinate azioni, determinate opere e determinati rituali, indicati nella Torah, ed è principalmente su questi che produce un'elaborazione teorica piuttosto che su questioni strettamente teologiche. Non che queste ultime manchino, d'altra parte mi parrebbe impossibile: ma più spesso la concezione teorica del divino ed il contatto con d-o discendono direttamente dalla pratica dei mitzvòt; e non viceversa.
L'aspetto fortemente pratico e calibrato sull'azione dell'ebraismo ha, rispetto alla mia persona, due conseguenze:
I. mette in luce e mi mette a contatto con un approccio al divino - ma anche alla vita stessa! - differente da quello che mi è più abituale, ma che riconosco subito come meglio rispondente all'essenza delle cose, anche alla mia, e più rispondente a ciò che sento essere corretto e funzionale.
II. mi fa sentire bene.
Ed interviene qui anche l'evidenza di una contemporaneità di aspetti: quello spirituale, quello psicologico  personale, e quello definiamolo tecnico. L'uno non esclude nè invalida gli altri: quando, per esempio, dico che l'ebraismo "mi fa sentire bene", non voglio con questo dire che sia come una calda coperta di Linus che ho deciso di "comprare" per facile comodità. Anche perché la metafora "l'ebraismo è una coperta di lana" sarebbe corretta, in sè: senonché una coperta di lana ti scalda, ma ti pizzica anche.
E' giusto comunque prendere atto di tutti quanti gli aspetti, ed i dettagli, che dentro di me e dentro le mie motivazioni mi è possibile e riesco a scorgere.

Una seconda implicazione del far coincidere un teorema a livello spirituale con una realtà materiale è questa: che, assumendo l'esistenza di un popolo eletto da d-o per la preservazione della sua Legge e di una serie di norme da osservare per adempiere alla sua volontà; il primo sia da intendersi come popolo reale, fisico ed individuabile precisamente, e le seconde - che si tratti dei princìpi noachidi o dei mtzvòt - siano da intendersi come norme quasi mai soltanto morali e da applicare unicamente all'intagibilità dello spirito.
Nel momento in cui ogni norma, quand'anche essa abbia un elevato contenuto morale, implica anche un'indicazione concreta su come agire nel mondo, nel proprio corpo, nella materialità; quella norma diventa l'esempio e la "dimostrazione" (in senso quasi scientifico) della specificità umana di esseri calati nella materia, e che da essa non posso permettersi di prescindere - pena mutilare se stessi.
Pensare, scrivere, studiare dunque; ma farlo per meglio indirizzarsi e condursi.
Ed aggiungerei, per contrasto, per evitare di scadere nell'eccesso opposto alla "vita disincarnata" di cui s'accusa un certo Cristianesimo: facendo diventare l'osservanza delle norme la propria ragione di vita e la propria stessa divinità, dimenticando da dove vengono e a cosa mirano. Commettendo un atto idolatrico: perché mi sembra chiaro che adorare la Legge in quanto tale, e fissarcisi al punto tale da dimenticare il contesto ed il senso della sua applicazione, equivale a cacciare da parte d-o e prostrarsi ad un simulacro fatto di parole spogliate della loro complessità, della loro pregnanza ed infine "astratte", strappate agli elementi nutritivi del loro naturale suolo.
"Idolatria è scambiare il mezzo per il fine", disse David Rosen. Beh, Rosen, permetti che ti batta un cinque?

Mi preme anche tornare sulla questione dell'appartenenza.
Ho dichiarato in precedenza, non senza convinzione, di sentirmi spiritualmente parte del popolo di Israele.
Tralascio, qui, qualsiasi considerazione sul senso di appartenenza percepito a livello psichico ed umano, non eminentemente religioso; che sarebbe interessante "sezionare" ma che riguarda una riscoperta di me stessa più antropologica (!!! oh sì!) che altro.
Dicevo del fatto che, comunque si consideri tale richiesta, la conversione e l'ingresso nella "comunione del popolo" ebraico richiede di aderire ed osservare la totalità delle mitzvòt.
Si sa che poi, come capita in ciascun gruppo umano, chi già ne fa parte ne viene comunque considerato un membro, al limite "da recuperare all'osservanza" o alla fedeltà in senso più lato, anche se questi se ne allontana pesantemente ed inesorabilmente.
Ciò vale particolarmente per il popolo ebraico, anche proprio per questa identificazione esatta che si compie tra l'elezione metafisica ed il suo ruolo terreno. Varrebbe, teoricamente, anche per il "popolo di d-o" cristianamente inteso, la Chiesa, la comunione dei fedeli: non si smette - per lo meno agli occhi della chiesa cattolica istituzionale e secondo i suoi dogmi - di essere Cristiani in nessun caso, se ne possono rigettare gli insegnamenti ma non cancellare l'effetto spirituale dei sacramenti impartiti, questo mi è stato più volte detto in relazione alla mia intenzione di "sbattezzarmi" - d-o, che brutto termine. Teoricamente, dicevo, perché nella realtà dei fatti e del sentire comune, questo genere di vincolo non mi pare nè conosciuto nè tantomeno riflesso nelle persone che lo hanno sottoscritto.
Per chi voglia invece entrare a far parte di un certo gruppo umano, religioso o meno che esso sia, si presenta la paradossale - ma ovvia e non certo disprezzabile - difficoltà di eguagliare e spesso superare in "fedeltà alla linea" gli stessi membri di quel gruppo i quali, senza aver fatto nulla per "guadagnarsela" e magari anzi ignorando le conseguenti responsabilità, godono di quella appartenenza tanto desiderata.
Io direi che va bene così. Anche perché vi sfido a trovare una realizzazione comunitaria umana che sia tanto elevata e piena di grazia da garantire costantemente e pienamente la lealtà di tutti i suoi membri ad un codice fondativo ed alle intenzioni più pure - nel senso di originarie ed essenziali - che l'hanno ispirato.
Nel mio caso, una volta confermato a me stessa e ribadito ai miei interlocutori che ritengo il popolo - fisico - di Israele il custode dell'originaria Legge divina; si pone nuovamente la questione della mia effettiva appartenenza o non appartenenza a questo popolo. Che non mi crea  complessi esistenziali, sia chiaro: la sensazione di pienezza e compiutezza di cui parlo nel secondo paragrafo di questo post si fonda su un insieme di elementi e di eventi reali che non dipendono dal mio... diciamo "status" comunitario. Inoltre, ci tengo a chiarire un malinteso prima che nasca: quando dichiaro nello stesso post e altrove, di desiderare uno stato differente da quello di Noachide, non ne faccio un problema di "posizione sociale" - hass vechalom! - nè tantomeno intendo disprezzare il noachismo. I motivi sono due:
I. come detto, la mia intenzione è, pure con le mille specifiche necessarie che farò prossimamente, di estendere la mia partecipazione alla vita ebraica dal livello dell'osservanza personale - più o meno stretta che sia - al livello di conservazione e trasmissione dei suoi fondamenti. Ciò avverrebbe, ipotizzando che questa mia intenzione abbia senso, principalmente attraverso la trasmissione di questi fondamenti ad una eventuale prole... e lo confesso, se non avessi scritto anche quell' "eventuale" ora mi starei rotolando sul pavimento in preda alle risate più corpose e scomposte :)
quando dico "osservanza personale", naturalmente mi rendo conto che questa coinvolge e si riflette anche su altre persone, non solo per ovvie questioni pratiche ma anche propriamente perché, quand'anche non fossi inserita in una comunità, la mia pratica non potrebbe mai essere compiuta in se stessa. La pratica presuppone appunto non solo un'azione fisica, ma anche un "essere nel mondo" ed in relazione evolutiva, magica, riparatrice con esso.
II. sono, forse, inadatta alla conversione. Ma sono, anche, sicuramente adatta ad integrare e portare oltre - non sorpassare, non superare, ma "portare con me oltre me stessa e loro stessi" - i princìpi noachidi.
Riprenderò questo concetto presto, nell'ottica di "un interessante paradosso: rinunciare alla conversione eppure accettare le stesse norme (...). Non avere una comunità in senso stretto e non appartenere a nessuna delle esistenti, ma mettere insieme un patchwork altrettanto funzionale"; come azzardavo rispondendo ad un commento di Alexis al suddetto post.

Concludo con poche note su ciò che dovrei fare volendo convertirmi, quelle che avevo detto sarebbero state al centro di questo post (!!).
Innanzitutto, dovrei seguire un corso, delle lezioni - non so dire con quale frequenza esattamente, ma non meno che bisettimanale - a Milano, volendo considerare la città più vicina nonché unica sede della sinagoga riformata Lev Chadàsh. Nel caso volessi entrare nella corrente riformata, il corso durerebbe 2 anni, e la conversione sarebbe riconosciuta dallo Stato di Israele ma non dall'ortodossia italiana, non ufficialmente almeno - se non ricordo male e non vado errando clamorosamente. questo perché, senza giungere a chissà che dissidi, la situazione italiana vede una prevalenza numerica dell'ortodossia sul progressismo; esattamente al contrario di quanto accade nel resto del mondo.
In secondo luogo dovrei ovviamente rispettare lo Shabbàt, il che comporta il frequentare la relativa funzione della sera del Venerdì, oltre che tanto per dirne una non poter guidare l'auto per raggiungere il tempio. Cosa che in sè e per sè sarebbe occhei, ma che inevitabilmente mi pone di fronte all'esame della fattibilità pratica di tutto questo per me; stante che:
abito in un'altra città,
posso procurarmi alla svelta un lavoro, sì, ma solo e soltanto un lavoro che, già precario di per sè, precarizzarebbe tutto quanto il resto della mia vita quotidiana e non garantirebbe che io possa restare a Milano o comunque concludere il percorso di conversione regolarmente,
ho progetti e soprattutto persone di cui mi sto occupando, e di cui mi posso occupare soltanto rimanendo qui e dedicandovi tutte le mie risorse: me ne sto occupando non come di lavori e compiti da portare a termine, ma come di beni da curare e coltivare. E, senza nulla togliere all'importanza di un percorso di conversione col quale mi confronterei volentieri, sarebbe stupido e per nulla kasher, secondo me, abbandonare altri percorsi altrettanto importanti. Esiste persino un bellissimo witz in merito a questa definizione di priorità, lo cercherò, ma non ora.
Vi sono poi - last but not least - l'osservanza di alcune altre celebrazioni di maggior peso durante l'anno (non sarebbe un problema) e delle varie norme pratiche, alla comprensione ed acquisizione delle quali è in fondo dedicato il corso stesso.
E l'opzione "estero": corsi di 6 - 12 mesi in kibbutzim religiosi in Israele, oppure a Londra, secondo il rabbino cui ci si rivolge e che li organizza.

Di nuovo: è giusto che mi converta, qualora la cosa fosse (anche nel futuro) materialmente praticabile, o il mio ruolo è diverso e devo ancora inquadrarlo (lavorandoci e buttandomi a capofitto anche nelle ipotesi più ardite per poterle se non altro escludere?).


cercasi alterità
cecilia2day
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lunedì, 21 luglio 2008, ore 08:38

Dicevo di avere la sensazione, non so quanto realistica, di non aver ancora mai compiuto un "primo passo" rispetto alla conversione e più in generale allo stabilire un contatto con l'ebraismo italiano.
Vero o no, credo di averne senz'altro mosso uno importante proprio in questi ultimi giorni, decidendo di partire senza tante certezze, dichiararmi anche se con poche parole e poco adatte, e correggendomi poi strada facendo.
In questo senso il confronto con mio padre ha fatto emergere aspetti nuovi dalle riflessioni avviate insieme e reso più chiare altre idee da me in precedenza formulate con fatica ed un po' di disorientamento.

Culture semite e "zingare", lingue, antropologia: tutto ciò di cui avevo bisogno era tornare a casa, a me stessa, a chi realmente sono.
Non studiare, osservare da fuori, ma essere io stessa ed essere dentro questi popoli, queste culture, questi culti, queste lingue.
Il "ritorno" non solo mi fornisce un quadro limpido e completo e la giusta chiave di lettura di ogni cosa che più mi rappresenta e per questo mi preme; ma anche arriva a risanare, unificandolo e ricollocandolo, il mio "spirito". E' stato operato e si sta, praticamente, operando un tikkùn su di me: ma ad opera di chi e come?

fiamma

Una sorta di "Credo", razionale ed emotivo insieme; ed in definitiva, le mie motivazioni alla conversione:
Ho fede nell'Uno - il d-o unico ed unito - conosciuto e fatto conoscere da Abramo; ho fede nella sua Legge contenuta nella Torah e custodita dal popolo di Israele, al quale sento di appartenere spiritualmente ed al quale chiedo di accogliermi.
Desidero apprendere e praticare la Legge mosaica; desidero anche farlo come Israelita piuttosto che come Noachide, perché voglio non soltanto condurre ebraicamente la mia vita, ma anche custodire e trasmettere la "vita" ebraica nelle generazioni.
Penso alla conversione come ad una "scelta", termine che già ho detto di amare; e, io credo, questa scelta non consiste nell'espressione della sola mia volontà ma invece in un patto biunivoco fra d-o e me. La definisco scelta, e non "obbiettivo", in quanto questo termine riconduce ad un concetto troppo pretenzioso di percorso idealmente già compiuto e concluso. Da questa scelta reciproca discende il mio desiderio di divenire, umanamente, ciò che sento di essere spiritualmente. "Desiderio" è un'altro ottimo vocabolo.
Non mi sono chiesta: "dov'è d-o?", ma piuttosto: "dove posso trovare, in Malkùth, la migliore espressione della sua volontà?".
Ciò che mi aspetto e chiedo non è la concessione o l'ufficializzazione di un'appartenenza; quanto una guida, e l'insegnamento della Legge. E quando affermo: "voglio convertirmi", significa che desidero effettivamente giungere a questo; ma anche che vi voglio giungere attraverso la fatica del cambiamento radicale che la conversione presuppone, e che rappresenta una preparazione attiva e fattiva a quella che sarà la successiva, vera sfida dell'osservare e vivificare per l'intera esistenza la Legge e lo spirito della Legge.
cecilia2day
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venerdì, 18 luglio 2008, ore 10:18

Mi sono stancata e spaventata di essere tutto, e per tutti:
voglio essere
limitata,
parziale,
finita.
E' ora che mi ridimensioni ed occupi il mio posto,
facendo il mio massimo e nulla di più.
Voglio essere qualcosa di meno.
Una persona soltanto
e non mille personae a favore di altri.
So di stare facendo un passo enorme,
ma facendolo escludo dal mio sentiero un'enormità di passi a me inutili o estranei.

la maschera ed il volto - francesco errera - fotoclub coccaglio("La maschera ed il volto", foto di Francesco Errera)

§

Una delle mie preoccupazioni è quella di non c'entrare nulla con gli ebrei.
E ho detto ebrei, non ebraismo.
Non so nemmeno se sono semplicemente spaventata dall'ortodossia, o per esempio dal fatto che in fin dei conti non ho mai fatto parte di un organismo o di una comunità religiosa per vera scelta personale ed in maniera seria.
Il che pone la questione del confronto - già innescato - con il Cristianesimo.
Oltretutto penso di averla sparata un po' grossa, dicendo che probabilmente mi troverei più a mio agio all'interno di una corrente conservatrice che di una liberale. Sarebbe più corretto dire che mi troverei più a mio agio fra i liberali, comunque rimpiangendo una certa disciplina nelle azioni ed una certa severità nel pensiero.
Ad ogni modo, definirla "preoccupazione" è già quasi esagerato.
In passato lo è stata, ora sono "abile al confronto".

§


In realtà però, la mia vera preoccupazione è quella di saper spiegare e trasmettere a mio padre il significato della mia scelta.
E di conseguenza, di potergli dare la gioia che un mio vero cambiamento di rotta può produrre, piuttosto che il peso indecifrabile di disquisizioni sulla religione argute, ma prive di spirito.
E' stato questo mio timore ad angosciarmi ieri, il timore di aver seminato nel nostro campo troppi semi resi sterili dal mio perseguire obbiettivi errati.

§

E quali possono essere i motivi per NON convertirsi?
cecilia2day
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mercoledì, 16 luglio 2008, ore 18:21

E vai che la jihad interiore mi sta partendo a botta.
Non perché sforno post a getto continuo - la cosa non significa alcunché - ma sento che sto iniziando a entrare nel vivo del dilemma perché finalmente ci soffro.
Uno di voi aveva citato la necessità della sofferenza, in un commento ad uno di questi post, ma non riesco a rintracciarlo [è stato gp, qui]. Conta comunque il concetto: massacrarsi senza motivo nè senso, no. Accogliere la sofferenza, sì.
La sfida per me sta nel portare e sopportare il ruolo che mi è stato assegnato (da d-o? dalla natura? dal caso? lasciamo perdere, non è questo il punto ora. Un ruolo c'è, e se non lo incarniamo stiamo male, perché non siamo realizzati in noi stessi). Incarnare il mio ruolo senza soccombervi, dunque. D'altra parte qualcuno dice che d-o non destina a nessuno un dolore ed una fatica maggiori di quelli che può (degnamente?) sopportare.
Ma ugualmente posso farlo soltanto se "indovino" quale sia il giusto ruolo per me, quello che mi mette sufficientemente alla prova ma non mi cancella come persona. Non si può onorare d-o tralasciando di onorare se stessi.
Il problema non è mai avere le risposte, è farsi le giuste domande.
E' giocare di ruolo con se stessi finché non ci si trova.

C'è stato chi mi ripeteva di continuo: "tu sai farti la domanda giusta".
Vorrei sapere qual'è, adesso, la domanda che mi devo porre.

fft by zaritmac - splinder(foto di zaritmac - trovata su splinder)

Copio un lungo stralcio dal diario della Hillesum, il primo che ho segnato con il post-it. Il grassetto è mio, i corsivi suoi.

"La sofferenza non è al di sotto della dignità umana. Cioè: si può soffrire in modo degno, o indegno dell'uomo. Voglio dire: la maggior parte degli occidentali non capisce l'arte del dolore, e così vive ossessionata da mille paure. E la vita che vive la gente adesso non è più una vera vita, fatta com'è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione. Dio mio, tutto questo si può capire benissimo: ma se una vita simile viene tolta, viene tolto poi molto? Si deve accettare la morte, anche quella più atroce, come parte della vita. E non viviamo ogni giorno una vita intera, e ha molta importanza se viviamo qualche giorno in più, o in meno? Io sono quotidianamente in Polonia, su quelli che si possono ben chiamare dei campi di battaglia, talvolta mi opprime una visione di questi campi diventati verdi di veleno; sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno - ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c'è posto per tutto. Per una fede in Dio e per una misera fine.
Si deve anche avere la forza di soffrire da soli, e di non pesare sugli altri con le proprie paure ed i propri fardelli. Lo dobbiamo ancora imparare e ci si dovrebbe reciprocamente educare a ciò, se possibile con la dolcezza e altrimenti con la severità. quando dico: in un modo o nell'altro ho chiuso i conti con la vita, non è per rassegnazione. "Tutto quel che si dice è malinteso". Se mi capita di dire una cosa del genere, viene intesa altrimenti. Non è rassegnazione, non lo è di certo. Cosa voglio dire? Forse, che ho già vissuto questa vita mille volte, e altrettante volte sono morta, e dunque non può più succedere nulla di nuovo? E' un modo di esser blasé? No, è un vivere la vita mille volte minuto per minuto, e anche un lasciare spazio al dolore, spazio che non può essere piccolo, oggi. E fa poi gran differenza se in un secolo è l'Inquisizione a far soffrire gli uomini, o la guerra e i pogrom in un altro? Assurdo, come dicono loro? Il dolore ha sempre preteso il suo posto e i suoi diritti, in una forma o nell'altra. quel che conta è il modo con cui lo si sopporta, e se si è in grado di integrarlo nella propria vita e, insieme, di accettare ugualmente la vita. Sto teorizzando dietro la mia scrivania, dove ogni libro mi circonda con la sua familiarità, e con quel gelsomino là fuori? E' solo teoria, non ancora messa alla prova da nessuna pratica? Non lo credo più. Tra poco sarò messa di fronte alle estreme conseguenze. Le nostre conversazioni sono già infarcite di frasi come: spero che egli possa ancora godere di queste fragole con noi. So che Mischa, col suo corpo delicato, sta per recarsi a piedi alla Centraal Station, penso ai visini pallidi di Mirjam e Renate, alle preoccupazioni di molti, so tutto, tutto, in ogni momento; a volte devo chinare il capo sotto il gran peso che ho sulla nuca, e allora sento il bisogno di congiungere le mani, quasi in un gesto automatico, e così potrei rimaner seduta per ore - so tutto, sono in grado di sopportare tutto, sempre meglio, e insieme sono certa che la vita è bellissima, degna di essere vissuta e ricca di significato. Malgrado tutto. Il che non vuol dire che uno sia sempre nello stato d'animo più elevato e ricco di fede. Si può esser stanchi come cani dopo aver fatto una lunga camminata o una lunga coda, ma anche questo fa parte della vita, e dentro di te c'è qualcosa che non ti abbandonerà mai più
".
(Etty Hillesum, "Diario 1941-1943")
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