Ora scrivo per pulirmi la testa, più che confusa intasata. E' stata una bella lotta con me stessa, ieri; come per un equilibrista sulla corda: ondeggiare a sinistra senza eccedere, ritornare sulla destra ma non troppo, giusto di un infinitesimale centimetro. E ancora questo ulteriore passaggio è da concludere.
Mi muoverò a scatti nel tentativo di ricordare e riassemblare se non tutto, buona parte di quanto detto e pensato nelle ultime 20 ore.
E lo faccio senza aver preso appunti, stavolta.
Una cosa che questo mio percorso mi sta moltiplicando in misura massiccia, al di là di ogni possibile esito, è la capacità di concentrarmi sul "
presente reale", di astrarmi molto di meno ed in maniera più efficace, più centrata, immaginativa ma non esageratamente ardita. Francamente, la cosa mi piace molto.
E mi riporta ad un discorso toccato più volte con più persone, cioè quello
sulla concretezza, sulla -prassìa e sulla connotazione fisica e materiale dell'elezione di Israele. Conduce anche - roba da far tremare - ad una necessaria elaborazione teologica sull'intervento divino nel piano materiale: partendo dall'ovvia ma non semplice domanda "se le azioni umane positive contribuiscono al tikkùn, significa che d-o agisce
sul mondo?"...
... ed arrivando a formulare - nuovamente - una
teoria della magia come forma di potere per niente in contrasto con la volontà divina, ma che anzi la include.
Tornando alla concretezza, alla -prassìa: l'ebraismo è fondamentalmente un'ortoprassìa, e non un'ortodossìa. Ciò significa che si fonda e considera inderogabili determinate azioni, determinate opere e determinati rituali, indicati nella Torah, ed è principalmente su questi che produce un'elaborazione teorica piuttosto che su questioni strettamente teologiche. Non che queste ultime manchino, d'altra parte mi parrebbe impossibile: ma più spesso la concezione teorica del divino ed il contatto con d-o discendono direttamente dalla pratica dei mitzvòt; e non viceversa.
L'aspetto fortemente pratico e calibrato sull'azione dell'ebraismo ha, rispetto alla mia persona, due conseguenze:
I. mette in luce e mi mette a contatto con un approccio al divino - ma anche alla vita stessa! - differente da quello che mi è più abituale, ma che riconosco subito come meglio rispondente all'essenza delle cose, anche alla mia, e più rispondente a ciò che sento essere corretto e funzionale.
II. mi fa sentire bene.
Ed interviene qui anche l'evidenza di una contemporaneità di aspetti: quello spirituale, quello psicologico personale, e quello definiamolo tecnico. L'uno non esclude nè invalida gli altri: quando, per esempio, dico che l'ebraismo "mi fa sentire bene", non voglio con questo dire che sia come una calda coperta di Linus che ho deciso di "comprare" per facile comodità. Anche perché la metafora "
l'ebraismo è una coperta di lana" sarebbe corretta, in sè: senonché una coperta di lana ti scalda, ma ti pizzica anche.
E' giusto comunque prendere atto di tutti quanti gli aspetti, ed i dettagli, che dentro di me e dentro le mie motivazioni mi è possibile e riesco a scorgere.
Una seconda
implicazione del far coincidere un teorema a livello spirituale con una realtà materiale è questa: che, assumendo l'esistenza di un popolo eletto da d-o per la preservazione della sua Legge e di una serie di norme da osservare per adempiere alla sua volontà; il primo sia da intendersi come popolo reale, fisico ed individuabile precisamente, e le seconde - che si tratti dei princìpi noachidi o dei mtzvòt - siano da intendersi come norme quasi mai soltanto morali e da applicare unicamente all'intagibilità dello spirito.
Nel momento in cui ogni norma, quand'anche essa abbia un elevato contenuto morale, implica anche un'indicazione concreta su come agire nel mondo, nel proprio corpo, nella materialità; quel
la norma diventa l'esempio e la "dimostrazione" (in senso quasi scientifico) della specificità umana di esseri calati nella materia, e che da essa non posso permettersi di prescindere - pena mutilare se stessi.
Pensare, scrivere, studiare dunque; ma farlo per meglio indirizzarsi e condursi.
Ed aggiungerei, per contrasto, per evitare di scadere nell'eccesso opposto alla "vita disincarnata" di cui s'accusa un certo Cristianesimo: facendo diventare l'osservanza delle norme la propria ragione di vita e la propria stessa divinità, dimenticando da dove vengono e a cosa mirano. Commettendo un
atto idolatrico: perché mi sembra chiaro che adorare la Legge in quanto tale, e fissarcisi al punto tale da dimenticare il contesto ed il senso della sua applicazione, equivale a cacciare da parte d-o e prostrarsi ad un simulacro fatto di parole spogliate della loro complessità, della loro pregnanza ed infine "astratte", strappate agli elementi nutritivi del loro naturale suolo.
"
Idolatria è scambiare il mezzo per il fine", disse David Rosen. Beh, Rosen, permetti che ti batta un cinque?
Mi preme anche tornare sulla
questione dell'appartenenza.
Ho dichiarato in precedenza, non senza convinzione, di sentirmi spiritualmente parte del popolo di Israele.
Tralascio, qui, qualsiasi considerazione sul senso di appartenenza percepito a livello psichico ed umano, non eminentemente religioso; che sarebbe interessante "sezionare" ma che riguarda una riscoperta di me stessa più antropologica (!!! oh sì!) che altro.
Dicevo del fatto che, comunque si consideri tale richiesta, la conversione e l'ingresso nella "comunione del popolo" ebraico richiede di aderire ed osservare la totalità delle mitzvòt.
Si sa che poi, come capita in ciascun gruppo umano, chi già ne fa parte ne viene comunque considerato un membro, al limite "da recuperare all'osservanza" o alla fedeltà in senso più lato, anche se questi se ne allontana pesantemente ed inesorabilmente.
Ciò vale particolarmente per il popolo ebraico, anche proprio per questa identificazione esatta che si compie tra l'elezione metafisica ed il suo ruolo terreno. Varrebbe, teoricamente, anche per il "popolo di d-o" cristianamente inteso, la Chiesa, la comunione dei fedeli: non si smette - per lo meno agli occhi della chiesa cattolica istituzionale e secondo i suoi dogmi - di essere Cristiani in nessun caso, se ne possono rigettare gli insegnamenti ma non cancellare l'effetto spirituale dei sacramenti impartiti, questo mi è stato più volte detto in relazione alla mia intenzione di "sbattezzarmi" - d-o, che brutto termine. Teoricamente, dicevo, perché nella realtà dei fatti e del sentire comune, questo genere di vincolo non mi pare nè conosciuto nè tantomeno riflesso nelle persone che lo hanno sottoscritto.
Per chi voglia invece entrare a far parte di un certo gruppo umano, religioso o meno che esso sia, si presenta la paradossale - ma ovvia e non certo disprezzabile - difficoltà di eguagliare e spesso superare in "fedeltà alla linea" gli stessi membri di quel gruppo i quali, senza aver fatto nulla per "guadagnarsela" e magari anzi ignorando le conseguenti responsabilità, godono di quella appartenenza tanto desiderata.
Io direi che va bene così. Anche perché vi sfido a trovare una realizzazione comunitaria umana che sia tanto elevata e piena di grazia da garantire costantemente e pienamente la lealtà di tutti i suoi membri ad un codice fondativo ed alle intenzioni più pure - nel senso di originarie ed essenziali - che l'hanno ispirato.
Nel mio caso, una volta confermato a me stessa e ribadito ai miei interlocutori che ritengo il popolo - fisico - di Israele il custode dell'originaria Legge divina; si pone nuovamente la questione della mia
effettiva appartenenza o non appartenenza a questo popolo. Che non mi crea complessi esistenziali, sia chiaro:
la sensazione di pienezza e compiutezza di cui parlo nel secondo paragrafo di questo post si fonda su un insieme di elementi e di eventi reali che non dipendono dal mio... diciamo "status" comunitario. Inoltre, ci tengo a chiarire un malinteso prima che nasca: quando dichiaro nello stesso post e altrove, di
desiderare uno stato differente da quello di Noachide, non ne faccio un problema di "posizione sociale" - hass vechalom! - nè tantomeno intendo disprezzare il noachismo.
I motivi sono due:
I. come detto, la mia intenzione è, pure con le mille specifiche necessarie che farò prossimamente, di estendere la mia partecipazione alla vita ebraica dal livello dell'osservanza personale - più o meno stretta che sia - al livello di conservazione e trasmissione dei suoi fondamenti. Ciò avverrebbe, ipotizzando che questa mia intenzione abbia senso, principalmente attraverso la trasmissione di questi fondamenti ad una eventuale prole... e lo confesso, se non avessi scritto anche quell' "eventuale" ora mi starei rotolando sul pavimento in preda alle risate più corpose e scomposte
:)
quando dico "osservanza personale", naturalmente mi rendo conto che questa coinvolge e si riflette anche su altre persone, non solo per ovvie questioni pratiche ma anche propriamente perché, quand'anche non fossi inserita in una comunità, la mia pratica non potrebbe mai essere compiuta in se stessa. La pratica presuppone appunto non solo un'azione fisica, ma anche un "essere nel mondo" ed in relazione evolutiva, magica, riparatrice con esso.
II. sono, forse, inadatta alla conversione. Ma sono, anche, sicuramente adatta ad integrare e portare oltre - non sorpassare, non superare, ma "portare con me oltre me stessa e loro stessi" - i princìpi noachidi.
Riprenderò questo concetto presto, nell'ottica di "un interessante paradosso: rinunciare alla conversione eppure accettare le stesse norme (...). Non avere una comunità in senso stretto e non appartenere a nessuna delle esistenti, ma mettere insieme un patchwork altrettanto funzionale"; come azzardavo rispondendo ad un commento di Alexis al suddetto post.
Concludo con
poche note su ciò che dovrei fare volendo convertirmi, quelle che avevo detto sarebbero state al centro di questo post (!!).
Innanzitutto, dovrei
seguire un corso, delle lezioni - non so dire con quale frequenza esattamente, ma non meno che bisettimanale - a Milano, volendo considerare la città più vicina nonché unica sede della sinagoga riformata Lev Chadàsh. Nel caso volessi entrare nella corrente riformata, il corso durerebbe 2 anni, e la conversione sarebbe riconosciuta dallo Stato di Israele ma non dall'ortodossia italiana, non ufficialmente almeno - se non ricordo male e non vado errando clamorosamente. questo perché, senza giungere a chissà che dissidi, la situazione italiana vede una prevalenza numerica dell'ortodossia sul progressismo; esattamente al contrario di quanto accade nel resto del mondo.
In secondo luogo dovrei ovviamente
rispettare lo Shabbàt, il che comporta il frequentare la relativa funzione della sera del Venerdì, oltre che tanto per dirne una non poter guidare l'auto per raggiungere il tempio. Cosa che in sè e per sè sarebbe occhei, ma che inevitabilmente mi pone di fronte all'esame della fattibilità pratica di tutto questo per me; stante che:
abito in un'altra città,
posso procurarmi alla svelta un lavoro, sì, ma solo e soltanto un lavoro che, già precario di per sè, precarizzarebbe tutto quanto il resto della mia vita quotidiana e non garantirebbe che io possa restare a Milano o comunque concludere il percorso di conversione regolarmente,
ho progetti e soprattutto persone di cui mi sto occupando, e di cui mi posso occupare soltanto rimanendo qui e dedicandovi tutte le mie risorse: me ne sto occupando non come di lavori e compiti da portare a termine, ma come di beni da curare e coltivare. E, senza nulla togliere all'importanza di un percorso di conversione col quale mi confronterei volentieri, sarebbe stupido e per nulla kasher, secondo me, abbandonare altri percorsi altrettanto importanti. Esiste persino un bellissimo witz in merito a questa definizione di priorità, lo cercherò, ma non ora.
Vi sono poi - last but not least - l'
osservanza di alcune altre celebrazioni di maggior peso durante l'anno (non sarebbe un problema)
e delle varie norme pratiche, alla comprensione ed acquisizione delle quali è in fondo dedicato il corso stesso.
E
l'opzione "estero": corsi di 6 - 12 mesi in kibbutzim religiosi in Israele, oppure a Londra, secondo il rabbino cui ci si rivolge e che li organizza.
Di nuovo: è giusto che mi converta, qualora la cosa fosse (anche nel futuro) materialmente praticabile, o il mio ruolo è diverso e devo ancora inquadrarlo (lavorandoci e buttandomi a capofitto anche nelle ipotesi più ardite per poterle se non altro escludere?).