Profondità e limpidezza sono le prime caratteristiche che saltano all'occhio di fronte ai paesaggi naturali, vasti e sorprendenti, raccolti (è proprio il caso di dirlo) in
America!.
Profondità innanzitutto dello sguardo, che in quei luoghi oggi come ieri ha la possibilità di spaziare e andare lontano. E profondità poi del sentire la natura con meraviglia placida, silenziosa.
La limpidezza del panorama e della veduta in genere consegue anche da questo. E non appare per niente normale in chi non ne abbia fatto esperienza: non è nell'esperienza comune europea leggere i raggi solari come linee dai tratti ben definiti, men che meno in un cielo sereno.
Dev'essere stata anche questa enorme potenzialità visiva che ha portato alla nascita di un'intenzione artistica (più che di un movimento vero e proprio) definita "luminismo" (la si cita
qui nel secondo paragrafo del terzo blocco). Un luminismo diverso da
questo, però.
Una collettiva su un'intero periodo storico che a tratti funziona, permettendo al visitatore una panoramica efficace sulle singole sezioni (la paesaggistica, la pionieristica, la ritrattistica su tutte). Ma che nell'insieme, personalmente, mi ha anche lasciato leggermente sperduta, con un senso di
incompletezza; più che altro rispetto all'affiancamento di temi e soggetti tanto distanti e legati fra loro soltanto dal filo dell'epoca.
L'impressionismo Americano, per esempio, al di là del fatto che non è vicino al mio gusto; ha ben poco da spartire con le tre sezioni regine di cui sopra.
Mi pare fondamentalmente che vi sia stata da parte di Goldin una sorta di frenetica corsa all'oro, nella mostra quanto (e anche di più) negli eventi collaterali che le hanno gravitato attorno.
E' bene che l'arte prenda un ampio respiro e la strada mastra per consegnarla ai fruitori passa senz'altro dall'interazione fra le diverse discipline, e tra queste e un programma di informazione-intrattenimento che la presenti e la renda a volte più digeribile.
Ma tra questa tendenza ed il ridurre una mostra a piccolo nucleo (a rischio di dimenticanza) di un universo allargato e confuso di avvenimenti, ci passa un oceano (magari l'Atlantico).
L'
esagerazione non fa mai bene: ed i "sei mesi di eventi per la grande mostra" paventati da Goldin contenevano davvero di tutto, di troppo, come a voler contenere ed esaurire lo spirito di una (grande ed altrettanto autocelebrativa) nazione dentro dei simulacri. Svuotando di senso e profondità al contempo la nazione ed i suoi stessi "prodotti", ignorandone la complessità; senza dare una una vera direzione al discorso culturale approntato per l'occasione. Si nuota qua e là nel tempo e nei concetti, che di per sè sarebbero interessantissimi.
Da sola, la copertina del volumetto confezionato dalla Camera di Commercio di Brescia parla chiaro: si va dal Cinema al Fumetto, passando per il Giornalismo, la Letteratura, lo Sport e l'Esplorazione. Si passa da Chaplin a Nanook a Tex: impresa improba.
Tra una considerazione e l'altra mi colpiscono in particolare, fra i
paesaggisti:
Frederic Edwin Church, che trovate
qui e
qui;
Martin Johnson Heade, che trovate
qui e
qui.
Di Church poi scopro di apprezzare di più il semplice (solo nel titolo) "
Niagara Falls", rispetto alla "veduta dal versante Americano": questo perchè il secondo ritrae una presenza umana sul fianco destro delle cascate, assolutamente appropriata ma che non ho gradito.
Fra i
ritrattisti oltre allo splendido
John Singer Sargent, cito in ordine di preferenza:
William Merritt-Chase, la cui "Ragazza con il kimono blu" mi ricorda per lo sguardo e per certi tratti luminescenti della tela le donne raffigurate da Klimt; e
James Whistler.
Notevoli ed ammalianti i
Notturni di Frederic Remington,
magnetico ed inquietante l' "
Autoritratto" di Hopper,
emblematico (ai miei occhi) del
passaggio e della ricerca sospesa tra passato e frontiera "Lo Sciamano" di Henry Farny, uno sciamano quasi statico sulla tela, che sembra suonare il tamburello lentamente davanti ad un piccolo falò che si sta spegnendo.
Proprio a proposito dei
Nativi cadono le mie ultime note: una, di elogio, per aver inserito fra fotografie ed oggetti a loro appartenuti una cartina indicante la diffusione dei principali gruppi tribali e dei relativi ceppi linguistici.
L'altra di demerito: per aver scelto di testimoniare, a fianco della positiva e reciproca osservazione fra Nativi ed Americani, le azioni di quel fetente di Buffalo Bill.
La testimonianza storica rigorosa e dettagliata spetta ad altri: chi cura un'esposizione artistica di questo calibro ha sì il dovere di documentare, ma prima di tutto il diritto-dovere di fare una cernita e porre dei veti.
Non approvo questa scelta di Goldin e mi riservo di seguire le sue mosse future, per valutare se la caduta di stile sia soltanto occasionale...
... in Art we trust.