venerdì, 08 agosto 2008, ore 13:01

Faletti è uno strano tipo di scrittore. Ai suoi romanzi non si chiede il medesimo sforzo e risultato che s'impone a chi scrive per professione e come prima cosa sopra le altre: niente novità stilistiche, niente linguaggio curato e ritmo studiato, nemmeno la poeticità dell'insieme.
La poeticità no - è uno scrittore-non-scrittore, come lui stesso dichiara in diversa maniera - ma la poesia, quella arriva sempre. La poesia dei sentimenti e delle universalità, il perché Faletti piace tanto e piace tanto anche a me, il perché vende nonostante non sia una firma esaltante ma nemmeno - va assolutamente detto - uno stronzetto che scrive pagine mediocri e lo sa.
Poi c'è appunto uno stile personale ben riconoscibile, semplice e popolare finché si voglia; ma non si dimentichi che la letteratura non ha mai un unico obbiettivo. C'è sì l'amore per la parola ed il suo sviluppo, per l'arte creativa che la compone in mosaici elaborati e delicati. Ma c'è anche e non di meno, per chi non sia un arido intellettualoide, la trasmissione di un messaggio. In questo caso abbiamo di fronte un autore che trasmette, e che lascia una sensazione magari un po' vaga ma reale di calore umano (e animale).
E' strano piuttosto che proprio sulla resa stilistica, che normalmente con l'esercizio e l'esperienza dovrebbe migliorare, Faletti sembri andare quasi a passo di gambero: a me personalmente hanno convinto parecchio di più la fluidità e padronanza che si sentivano nettamente in "Io uccido", poi scolate un pochino via con la seconda prova, meno forte ma ancora intrigante "Niente di vero tranne gli occhi", per finire ora con qualche toppata di troppo nel pur bello "Fuori da un evidente destino".
[E' questo uno dei rari casi in cui riesco a scoprire e seguire un autore più o meno dall'esordio, e perciò racconti a parte sto andando in esatto ordine cronologico].

cover_fuori_da_un_evidente_destino_bigUna novità in questo romanzo però c'è, al di là della variata ambientazione che è pratica abituale dell'autore. Faletti si permette un salto temporale che dura un intero "atto" del libro, salto che oltre a risultare coerente e vivificante per la storia narrata introduce ad un suo antefatto, in modo meno faticoso e più diretto.
Funzionale, per come la vedo io, non tanto alla ricostruzione degli eventi narrati o alla risoluzione di un caso poliziesco che come un po'  tutta la trama tende a stare sullo sfondo, presente ma quieto. Lo stacco e la storia stessa nella sua interezza sono funzionali a riuscire a dire, senza correre troppo e senza argomentare entro sovrastrutture soffocanti, quel silenzio particolare che conoscono gli Eldero, i Richard Tenachee ed i Charlie Owl Begay.
Varebbe la pena leggerlo anche soltanto per scoprire una versione del mito Navajo della creazione.

Ora tocca a "Pochi, inutili nascondigli". Già nel titolo ci leggo un bel marchio di fabbrica.
cecilia2day
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lunedì, 28 aprile 2008, ore 14:48

Profondità e limpidezza sono le prime caratteristiche che saltano all'occhio di fronte ai paesaggi naturali, vasti e sorprendenti, raccolti (è proprio il caso di dirlo) in America!.
Profondità innanzitutto dello sguardo, che in quei luoghi oggi come ieri ha la possibilità di spaziare e andare lontano. E profondità poi del sentire la natura con meraviglia placida, silenziosa.
La limpidezza del panorama e della veduta in genere consegue anche da questo. E non appare per niente normale in chi non ne abbia fatto esperienza: non è nell'esperienza comune europea leggere i raggi solari come linee dai tratti ben definiti, men che meno in un cielo sereno.
Dev'essere stata anche questa enorme potenzialità visiva che ha portato alla nascita di un'intenzione artistica (più che di un movimento vero e proprio) definita "luminismo" (la si cita qui nel secondo paragrafo del terzo blocco).  Un luminismo diverso da questo, però.

Una collettiva su un'intero periodo storico che a tratti funziona, permettendo al visitatore una panoramica efficace sulle singole sezioni (la paesaggistica, la pionieristica, la ritrattistica su tutte). Ma che nell'insieme, personalmente, mi ha anche lasciato leggermente sperduta, con un senso di incompletezza; più che altro rispetto all'affiancamento di temi e soggetti tanto distanti e legati fra loro soltanto dal filo dell'epoca.
L'impressionismo Americano, per esempio, al di là del fatto che non è vicino al mio gusto; ha ben poco da spartire con le tre sezioni regine di cui sopra.
Mi pare fondamentalmente che vi sia stata da parte di Goldin una sorta di frenetica corsa all'oro, nella mostra quanto (e anche di più) negli eventi collaterali che le hanno gravitato attorno.
E' bene che l'arte prenda un ampio respiro e la strada mastra per consegnarla ai fruitori passa senz'altro dall'interazione fra le diverse discipline, e tra queste e un programma di informazione-intrattenimento che la presenti e la renda a volte più digeribile.
Ma tra questa tendenza ed il ridurre una mostra a piccolo nucleo (a rischio di dimenticanza) di un universo allargato e confuso di avvenimenti, ci passa un oceano (magari l'Atlantico).
L'esagerazione non fa mai bene: ed i "sei mesi di eventi per la grande mostra" paventati da Goldin contenevano davvero di tutto, di troppo, come a voler contenere ed esaurire lo spirito di una (grande ed altrettanto autocelebrativa) nazione dentro dei simulacri. Svuotando di senso e profondità al contempo la nazione ed i suoi stessi "prodotti", ignorandone la complessità; senza dare una una vera direzione al discorso culturale approntato per l'occasione. Si nuota qua e là nel tempo e nei concetti, che di per sè sarebbero interessantissimi.
Da sola, la copertina del volumetto confezionato dalla Camera di Commercio di Brescia parla chiaro: si va dal Cinema al Fumetto, passando per il Giornalismo, la Letteratura, lo Sport e l'Esplorazione. Si passa da Chaplin a Nanook a Tex: impresa improba.

Tra una considerazione e l'altra mi colpiscono in particolare, fra i paesaggisti:
Frederic Edwin Church, che trovate qui e qui;
Martin Johnson Heade, che trovate qui e qui.
Di Church poi scopro di apprezzare di più il semplice (solo nel titolo) "Niagara Falls", rispetto alla "veduta dal versante Americano": questo perchè il secondo ritrae una presenza umana sul fianco destro delle cascate, assolutamente appropriata ma che non ho gradito.

Fra i ritrattisti oltre allo splendido John Singer Sargent, cito in ordine di preferenza:
William Merritt-Chase, la cui "Ragazza con il kimono blu" mi ricorda per lo sguardo e per certi tratti luminescenti della tela le donne raffigurate da Klimt; e James Whistler.

Notevoli ed ammalianti i Notturni di Frederic Remington,
magnetico ed inquietante l' "Autoritratto" di Hopper,
emblematico (ai miei occhi) del passaggio e della ricerca sospesa tra passato e frontiera "Lo Sciamano" di Henry Farny, uno sciamano quasi statico sulla tela, che sembra suonare il tamburello lentamente davanti ad un piccolo falò che si sta spegnendo.

Proprio a proposito dei Nativi cadono le mie ultime note: una, di elogio, per aver inserito fra fotografie ed oggetti a loro appartenuti una cartina indicante la diffusione dei principali gruppi tribali e dei relativi ceppi linguistici.
L'altra di demerito: per aver scelto di testimoniare, a fianco della positiva e reciproca osservazione fra Nativi ed Americani, le azioni di quel fetente di Buffalo Bill.
La testimonianza storica rigorosa e dettagliata spetta ad altri: chi cura un'esposizione artistica di questo calibro ha sì il dovere di documentare, ma prima di tutto il diritto-dovere di fare una cernita e porre dei veti.
Non approvo questa scelta di Goldin e mi riservo di seguire le sue mosse future, per valutare se la caduta di stile sia soltanto occasionale...

... in Art we trust.
cecilia2day
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