venerdì, 11 luglio 2008, ore 11:57

Leggendo "Pollo alle Prugne", di Marjane Satrapi, mi sono trovata davanti ad un interrogativo cui non avevo mai pensato, e al quale la mia curiosità è salita subito in groppa.

pollo alle prugneA pag. 66, dalla quale comincia il "sesto giorno" di attesa (volontaria) della morte da parte del protagonista Nasser, compare la figura di Azrael: l'angelo della morte, nell'Islam.
Azrael racconta a Nasser che, contrariamente a quanto lui si aspettava, la sua apparizione non significa - non ancora - che finalmente riuscirà a morire. Per due ragioni: perché solo chi muore di morte naturale è destinato a trapassare immediatamente dopo averlo visto in volto, e perché lui... "a volte incontra le persone per puro caso". Già.
Segue a questa dichiarazione il racconto di una leggenda, naturalmente "dai connotati persiani", che appare anche al lettore Italiano subito riconoscibile e nota; nonché frutto di un sicuramente lungo viaggio fra le tradizioni di ben più di un paese.
Brevemente: Azrael racconta che al tempo di Salomone Dio l'aveva incaricato di prendere la vita di tale Ashour, in India.
Dice che l'aveva incontrato, proprio lui, il giorno precedente a Gerusalemme; e ricorda che Ashour s'era spaventato così tanto avendolo visto in faccia da correre a cercare aiuto presso il Re. Salomone gli aveva spiegato che non c'era nulla da fare, poiché non si sfugge alla propria morte, ma aveva comunque acconsentito ad esaudire il desiderio dell'uomo d'essere ricondotto in India.
Così fu fatto, ed Ashour una volta tornato a casa (sulle ali del vento) si ritrovò davanti lo stesso Azrael, puntualissimo per il loro rendez-vous.
Prima di cedere alla morte, però, Ashour gli fa una domanda molto curiosa: "Se è qui che dovete uccidermi, perché ieri mi avete guardato in maniera così ostile?". Brillante la risposta dell'angelo: "Vi sbagliate. Non ero ostile ma stupito. Vi trovavate a Gerusalemme e sapevo di dovervi dare il colpo di grazia oggi, in India. Mi chiedevo come avreste fatto a giungere sin qui in così poco tempo".


Vi dice nulla?
Certo che vi dice.
Ecco una versione nostrana della storia, per altro bellissima, ad opera del buon vecchio Vecchioni:

("Samarcanda")

[C'era una gran festa nella capitale
perché la guerra era finita.
I soldati erano tornati tutti a casa ed avevano gettato le divise.
Per la strada si ballava e si beveva vino,
i musicanti suonavano senza interruzione.
Era primavera e le donne finalmente potevano, dopo tanti anni,
riabbracciare i loro uomini. All'alba furono spenti i falò
e fu proprio allora che tra la folla,
per un momento, a un soldato parve di vedere
una donna vestita di nero
che lo guardava con occhi cattivi].

Ridere, ridere, ridere ancora,
Ora la guerra paura non fa,
brucian le divise dentro il fuoco la sera,
brucia nella gola vino a sazietà,
musica di tamburelli fino all'aurora,
il soldato che tutta la notte ballò
vide tra la folla quella nera signora,
vide che cercava lui e si spaventò.

"Salvami, salvami, grande sovrano,
fammi fuggire, fuggire di qua,
alla parata lei mi stava vicino,
e mi guardava con malignità"
"Dategli, dategli un animale,
figlio del lampo, degno di un re,
presto, più presto perché possa scappare,
dategli la bestia più veloce che c'è

"corri cavallo, corri ti prego
fino a Samarcanda io ti guiderò,
non ti fermare, vola ti prego
corri come il vento che mi salverò
oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh, cavallo, oh oh

Fiumi poi campi, poi l'alba era viola,
bianche le torri che infine toccò,
ma c'era tra la folla quella nera signora
stanco di fuggire la sua testa chinò:
"Eri fra la gente nella capitale,
so che mi guardavi con malignità,
son scappato in mezzo ai grillie alle cicale,
son scappato via ma ti ritrovo qua!"

"Sbagli, t'inganni, ti sbagli soldato
io non ti guardavo con malignità,
era solamente uno sguardo stupito,
cosa ci facevi l'altro ieri là?
T'aspettavo qui per oggi a Samarcanda
eri lontanissimo due giorni fa,
ho temuto che per ascoltare la banda
non facessi in tempo ad arrivare qua.

Non è poi così lontana Samarcanda,
corri cavallo, corri di là...
ho cantato insieme a te tutta la notte
corri come il vento che ci arriverà
oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh cavallo oh oh...


Ora, il punto è: da quale tradizione, se è possibile stabilirlo, è originata la leggenda?
Le versioni e reinterpretazioni quante sono, quali paesi hanno toccato?
cecilia2day
P.link ¦ commenti (4) ¦ commenti (4)(popup)
categoria : musica, fumetti, etnologia, persia





giovedì, 28 febbraio 2008, ore 13:50

Sfogliando con gli occhi l'home page di Splinder aperta nella prima scheda di FireFox (di questi tempi perennemente pronta all'uso e alla consultazione), anche oggi capito su un titolo, nella lista dei blog aggiornati, che attira la mia attenzione.
Si tratta di Corpi di Confine, di Fragriso.
Il blog ha un'impostazione fra quelle che più mi piacciono: semplice e ordinata. E lo sfondo nero non guasta.
L'intervento postato riguarda la pubblicazione di una raccolta di poesie: già questo è un incentivo a proseguire.
Il testo offre sostanzialmente due poesie, delle quali mi ha colpito ed ho apprezzato soprattutto (probabilmente più dell'altra perchè più fruibile da chi non conosce il contesto) questa:

Quando la mia fede era impiccata alle fragili corde della giustizia
e in tutta la città
facevano a pezzi il cuore dei miei occhi
quando soffocarono con il fazzoletto nero della legge
gli occhi infantili del mio amare
e dalle tempie pulsanti della mia speranza
sgorgavano fiotti di sangue,
quando la mia vita ormai non era più nulla,
nulla, se non il tic-tac di un orologio,
capii che dovevo amare, amare, amare follemente.

Riporta anche un unico cenno (attribuibile al traduttore della suddetta raccolta) sulla vita dell'autrice:

Forugh Farrokhzad (Teheran, 1935 - 1967)

è la poetessa del Novecento piu' amata dagli Iraniani di oggi.

I suoi versi possono essere un viatico cifrato

per mettere da parte i pregiudizi negativi

con i quali da quasi trent'anni accogliamo l'Iran

senza sapere nulla della bellezza vera e complessa

che emerge da questo altopiano.


forugh_farrokhzad

Esplorando un po' ho poi trovato, fra i primi risultati di Google, questi due siti, utili ad un primo approccio:
un tributo piuttosto completo in Inglese
una panoramica interessante in Italiano

Ancora Iran, ancora una nuova scoperta (almeno per me) che appare piuttosto stuzzicante.
cecilia2day
P.link ¦ commenti ¦ commenti (popup)
categoria : poesia, islam, persia





venerdì, 22 febbraio 2008, ore 19:17

Oggi pomeriggio, grazie a questo post di Kiluba, ho scoperto un'artista che non conoscevo e che mi è immediatamente entrata nel cuore: Shirin Neshat.


shirinneshat

Iraniana, classe 1957, Shririn è fotografa e regista.
Della sua vita, nelle biografie che ho trovato in rete, viene principalmente sottolineato il dato migratorio: dopo aver raggiunto New York (presumo in gioventù) per studiare arte, non le fu possibile tornare in patria che nel 1990, alla morte di Khomeini.
Al ritorno le si impose necessariamente la scelta: in quale delle due patrie operare primariamente?
E lei scelse di raccontare all'America quell'Iran che aveva visto diverso, cambiato.

La sua è una visione biculturale, integrata e coesa.
I temi principe che affronta sono le relazioni tra Iran ed Islam, tra l'Islam e l'identità femminile, tra i due sessi e tra se stessa ed ognuno di questi singoli elementi.

Emblematiche sono in tal senso, fra le altre opere:
  • il recente "Soliloquy", un film / installazione entro la quale lo spettatore si trova ad assistere a due diverse e contemporanee proiezioni, su due muri frontali; che richiama alla mente l'immagine di un dialogo in corso tra due fonti vive e visibili;
  • la serie di fotografie nelle quali Shririn riproduce ritratti umani e, più spesso, parti del corpo umano in cui parole ed interi testi poetici in lingua Farsi appaiono essere letteralmente "incarnati", inscindibili e naturalmente inscritti all'interno degli arti, dei volti, dei veli. Ma mai soltanto sovrascritti.

Eccone alcune:

shirin
( ... )

Neshat-Untitled
(Untitled, 1996)


allegiance with wakefulness
("Allegiance with Wakefulness")


neshat_02
( ... )


Shirin_Neshat_My_Beloved_278("My Beloved")

Il testo che vedete sul velo della donna in quest'ultima fotografia è un frammento di poesia composta dall'Iraniana Fourugh Farokhzad; che recita: "… tu mi dai la vita, ma io muoio in te" (la traduzione in Italiano l'ho fatta sulla base di una prima traduzione in Inglese, non so quanto affidabile, perciò prendetela con una riserva).
cecilia2day
P.link ¦ commenti (2) ¦ commenti (2)(popup)
categoria : cinema, arte, fotografia, religioni, islam, persia







.da dove arrivate.
Locations of visitors to this page